I media hanno sempre un gravissimo difetto, trasmettere messaggi distraenti spostando sempre l’opinione pubblica dove vogliono i potenti.
E questo è uno schema che si ripete da decenni, con variazioni minime.
Ogni volta che nel paese si accumula un disagio reale — economia che non cresce, lavoro che sparisce, servizi che peggiorano, istituzioni che non funzionano — il sistema mediatico cambia argomento.
Non perché ci sia una regia centrale che coordina tutto, ma perché il meccanismo funziona così: le guerre fanno audience, i conflitti internazionali tengono incollati gli schermi, e chi vende pubblicità preferisce uno spettatore emotivamente coinvolto a uno spettatore che ragiona.
Il risultato è che mentre in Italia il 73% degli annunci di lavoro non espone la retribuzione, mentre 155.732 persone hanno lasciato il paese nel 2024 (record storico dall’Unità d’Italia), mentre gli stipendi reali sono calati dell’8,7% dal 2008 — il peggior dato del G20 — il principale argomento nei telegiornali è spesso altrove.
Sulle mappe geopolitiche. Sui fronti di guerra. Sui discorsi dei potenti che promettono pace.
Questo articolo non parla di guerre nel senso di schierarsi da una parte o dall’altra. Parla di come le guerre vengono usate come strumento di distrazione, e di chi ci guadagna mentre tutti guardano altrove.
Si precisa che questo articolo non intende fare politica ma solo onesta e sana informazione, come sempre. Pertanto respingo a priori qualsiasi eventuale accusa.

Chi possiede i media italiani: la mappa del potere editoriale
Per capire perché certi argomenti dominano e altri spariscono, bisogna partire da una domanda semplice: chi possiede i media italiani?
Il panorama è concentrato in pochi grandi gruppi, ognuno con interessi economici che vanno ben oltre l’editoria.
RAI e Mediaset insieme controllano circa il 75% degli ascolti televisivi italiani.
Secondo i dati AGCOM del primo trimestre 2025, RAI è al 40,6% di share nel prime time, Mediaset al 34,6%. Due poli che assorbono quasi tutta l’attenzione televisiva del paese.
Mediaset è controllata da Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi.
La famiglia ha anche la maggioranza di Arnoldo Mondadori Editore — il più grande editore di libri e riviste in Italia — e partecipazioni rilevanti in Banca Mediolanum.
Un unico nucleo familiare con interessi in televisione, editoria e finanza, che si espande ora in Germania (ha acquisito il 75,61% di ProSiebenSat.1) e in Portogallo.
Dall’altro lato, la famiglia Agnelli attraverso Exor controllava fino a pochi mesi fa il gruppo GEDI — Repubblica, HuffPost Italia, Radio Deejay, Radio Capital. Nel marzo 2026 ha ceduto GEDI al gruppo greco Antenna, mantenendo La Stampa (ceduta al gruppo SAE).
La famiglia Agnelli ha interessi in Stellantis (ex Fiat Chrysler), Ferrari, Juventus, CNH Industrial. Ovvero: chi produceva informazione controllava anche l’industria automobilistica e parte del sistema finanziario italiano.
Il Corriere della Sera è del gruppo RCS, controllato da Cairo Communication. Il Sole 24 Ore, principale quotidiano economico, è di proprietà di Confindustria — la confederazione degli imprenditori italiani.
Quindi il principale giornale economico è di proprietà di chi gli imprenditori li rappresenta.
La domanda non è se questi proprietari chiamino ogni mattina i direttori per dettare la linea.
La domanda è: è ragionevole aspettarsi che un editore con interessi nell’industria dell’auto, nella finanza o nella politica produca informazione sistematicamente sfavorevole ai propri interessi?
La risposta, ovviamente, è NO.

2.718 miliardi di dollari: il business della guerra nel 2024
Mentre si parla di pace, c’è un numero che non appare quasi mai nei telegiornali: 2.718 miliardi di dollari. È la spesa militare globale nel 2024, secondo il rapporto SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) pubblicato nell’aprile 2025.
È il livello più alto mai registrato nella storia moderna. È il decimo anno consecutivo di crescita. È il più forte incremento annuale dalla fine della Guerra Fredda: +9,4% rispetto al 2023.
I numeri per regione raccontano una storia precisa:
- USA: 997 miliardi di dollari (+5,7%) — il 37% della spesa mondiale
- Cina: 314 miliardi di dollari (+7%)
- Russia: 149 miliardi di dollari (+38%)
- Germania: 88,5 miliardi di dollari (+28%) — prima in Europa per la prima volta dalla riunificazione
- Europa totale (Russia inclusa): 693 miliardi di dollari (+17%) — oltre i livelli della Guerra Fredda
- Israele: 46,5 miliardi di dollari (+65%) — l’aumento più consistente dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967
- Italia: 38 miliardi di dollari — 12° posto mondiale
Oltre 100 paesi in tutto il mondo hanno aumentato il loro bilancio militare nel 2024.
Come ha dichiarato Xiao Liang, ricercatore del SIPRI:
“I governi danno sempre più priorità alla sicurezza militare, spesso a scapito di altre aree di bilancio. Queste scelte potrebbero avere effetti significativi sulle società negli anni a venire”.
La traduzione è semplice: meno welfare, meno sanità, meno istruzione. Più armi.
Fonte: SIPRI Fact Sheet, aprile 2025 | Analisi Difesa | PeaceLink

L’Italia esporta armi: il sesto posto mondiale che nessuno racconta
Tra tutti i dati di questo rapporto, quello che riguarda l’Italia è probabilmente il meno conosciuto e il più eloquente.
Nel quinquennio 2021-2025, le esportazioni italiane di armamenti sono cresciute del 157% rispetto al quinquennio precedente.
È il record assoluto tra i primi dieci esportatori mondiali — la crescita più alta in percentuale.
L’Italia è passata dal decimo al sesto posto mondiale nella classifica degli esportatori di armi, con una quota del 5,1% del mercato globale.
In termini concreti, nel 2024 il governo italiano ha autorizzato esportazioni di materiali d’armamento per 7,9 miliardi di euro, in crescita del 25% rispetto ai 6,3 miliardi del 2023.
Le principali aziende coinvolte:
- Leonardo SpA: 27,67% del valore complessivo
- Fincantieri SpA: 22,62%
- Rheinmetall Italia SpA: 6,60%
- MBDA Italia SpA: 6,25%
Le quindici aziende principali coprono l’89% del mercato. Un oligopolio.
Le destinazioni fanno riflettere ancora di più: il 59% delle armi italiane va in Medio Oriente, con Qatar (26%) e Kuwait (17%) come principali acquirenti.
Solo il 44,1% va verso paesi UE o NATO. Il restante 55,9% verso paesi extra-alleanza, inclusi Emirati Arabi ed Egitto.
L’Italia — paese che nella Costituzione all’articolo 11 “ripudia la guerra” — è il secondo maggiore fornitore di armi del Medio Oriente, dopo gli Stati Uniti.
Nel 2025, la legge di bilancio ha stanziato 32 miliardi di euro per le spese militari, di cui 13 miliardi (il 40% del totale, quota mai raggiunta prima) destinati all’acquisto di nuovi armamenti.
Fonte: Il Fatto Quotidiano / SIPRI | Rete Pace Disarmo | Collettiva

La guerra in Ucraina non è iniziata nel 2022: il decennio di silenzio
Uno degli esempi più clamorosi di informazione selettiva riguarda il conflitto in Ucraina. Il racconto dominante lo presenta come iniziato il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa su larga scala.
È vero che quella data segna l’escalation militare più grave. Ma è falso che la guerra fosse iniziata allora.
La guerra nel Donbass è iniziata il 6 aprile 2014, quando combattenti armati hanno occupato edifici governativi nelle regioni di Donetsk e Lugansk. Da quella data a febbraio 2022 — otto anni — il conflitto ha causato:
- Oltre 14.000 morti totali tra militari e civili
- 3.375 civili uccisi documentati
- Quasi 1,8 milioni di profughi interni
- Decine di migliaia di feriti
Come ha scritto una fonte italiana specializzata in geopolitica:
“La guerra in Ucraina dal febbraio del 2014 non si è mai fermata, e quanto accaduto a febbraio 2022 è solo una naturale conseguenza di un conflitto estenuante che i media europei ed internazionali hanno così a lungo dimenticato.”
Gli Accordi di Minsk del 2014 e Minsk II del febbraio 2015 prevedevano cessate il fuoco, ritiro delle armi pesanti e dialogo sull’autonomia del Donbass.
Non furono mai pienamente attuati da nessuna delle parti. Nel 2019, in un periodo di tregua relativa, si registrarono ancora 25 civili morti e 110 militari ucraini uccisi.
Dove erano i media europei e italiani in quegli otto anni?
A parlare d’altro!
La “scoperta” della guerra ucraina nel febbraio 2022 è essa stessa la prova del meccanismo: il conflitto esisteva da un decennio, ma non faceva comodo raccontarlo fino a quando non è diventato utile come elemento di mobilitazione dell’opinione pubblica occidentale.
Non si tratta di giustificare l’aggressione russa, che è documentata e condannabile.
Si tratta di riconoscere che otto anni di vittime civili nel Donbass erano state deliberatamente messe sotto silenzio da quasi tutti i media mainstream europei.
Fonte: Analisi Difesa | La Nuova Bussola Quotidiana | Wikipedia — Guerra del Donbass

Chi parla di pace e vende armi: il paradosso documentato
238,5 miliardi di dollari. Questa è la cifra totale degli aiuti occidentali all’Ucraina dall’inizio del conflitto al dicembre 2024, di cui 132,5 miliardi in aiuti militari.
I governi che hanno firmato questi trasferimenti sono gli stessi che nei discorsi ufficiali invocano il dialogo, la de-escalation, la soluzione diplomatica.
Il paradosso non è retorico: è documentato, quantificato e tracciabile.
L’Ucraina nel 2024 ha destinato il 34% del proprio PIL alle spese militari — la quota più alta al mondo — assorbendo sostanzialmente tutte le proprie entrate fiscali per le forze armate.
Secondo il SIPRI, se si includono anche le donazioni estere, il budget militare ucraino sarebbe stato di 125 miliardi di dollari, posizionandola come quarto spender mondiale.
L’Italia ha autorizzato nel 2024 esportazioni di armi per 7,9 miliardi di euro verso 90 paesi diversi, mentre il suo bilancio della difesa ha raggiunto i 32 miliardi, il 40% dei quali destinati all’acquisto di nuovi armamenti — quota mai vista prima.
Nel frattempo, le prime 100 aziende produttrici di armi al mondo hanno fatturato 679 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato. Le cinque aziende leader — Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, BAE Systems e General Dynamics — hanno totalizzato insieme 213 miliardi di dollari.
Tutte e cinque in crescita nello stesso anno.
Tra i dati più significativi: SpaceX, l’azienda di Elon Musk, ha raddoppiato le entrate derivanti dagli armamenti, posizionandosi al 77° posto globale con 1,8 miliardi di dollari (+103% rispetto al 2023), grazie allo sviluppo di tecnologie satellitari per il settore della difesa.
La guerra è il business più redditizio del pianeta. E chi gestisce i media spesso ha interessi diretti o indiretti in quel business.
Fonte: SIPRI — produttori di armi 2024 | SIPRI — trasferimenti armi 2021-2025

Il meccanismo della distrazione: come funziona davvero
Non è necessario ipotizzare complotti o riunioni segrete per capire come funziona il meccanismo della distrazione mediatica. Basta seguire gli incentivi.
Un telegiornale che parla di guerre, di leader mondiali in conflitto, di missili e di ultimatum ottiene più spettatori di uno che analizza il cuneo fiscale italiano o i dati SIPRI sulle esportazioni di armi.
Il sistema pubblicitario premia l’attenzione, non la profondità. Le piattaforme digitali amplificano il contenuto emotivamente coinvolgente, non quello che richiede ragionamento.
Il risultato è che l’agenda pubblica si riempie di ciò che è spettacolare e si svuota di ciò che è importante.
Le guerre sono spettacolari. I dati sul mercato del lavoro no. I conflitti geopolitici generano emozione. Le statistiche sull’emigrazione giovanile no.
Ma c’è un secondo livello, più sottile.
Quando l’attenzione collettiva è completamente assorbita da un conflitto lontano — con la sua complessità, i suoi schieramenti, i suoi sviluppi quotidiani — non c’è spazio mentale per chiedersi perché gli stipendi italiani siano i più bassi dell’Europa occidentale.
O perché il grafene resti fermo nei laboratori mentre l’industria del silicio difende i suoi margini, o perché l’innovazione vera faccia così fatica a trovare spazio in un sistema economico costruito per preservare l’esistente.
La guerra non distrae solo dall’economia.
Distrae dalla politica interna, dall’innovazione mancata, dalla crisi demografica, dallo spopolamento dei territori, dalla corruzione sistemica.
Concentra tutto su un unico nemico esterno, visibile e quindi emotivamente caricato.
E mentre si guarda lì, le cose reali continuano a muoversi nell’ombra.
Il teorico dei media Walter Lippmann chiamava questo meccanismo “la fabbrica del consenso”: non serve censurare le notizie scomode, basta che non abbiano mai lo spazio e il tempo necessari per diventare comprensibili al grande pubblico.

La bugia per omissione: quello che non viene detto
La forma più efficace di disinformazione non è la bugia esplicita. È il silenzio selettivo.
Il caso del Donbass è il più evidente: otto anni di guerra, migliaia di morti, quasi due milioni di profughi. Non raccontati, non analizzati, non inseriti nel contesto necessario per capire cosa stesse succedendo.
Poi, nel febbraio 2022, il conflitto esplode nell’agenda globale come se fosse apparso dal nulla.
Ma ci sono altri silenzi altrettanto significativi:
La spesa militare globale cresce da dieci anni consecutivi, raggiungendo record storici. Questa notizia esiste nei database dei centri di ricerca indipendenti.
Non esiste con la stessa sistematicità e lo stesso peso nei media generalisti.
L’Italia è il sesto esportatore mondiale di armi, con una crescita del 157% in cinque anni. Questa notizia è nei report del SIPRI, nelle relazioni parlamentari previste dalla legge.
Non è nella conversazione pubblica quotidiana.
Mentre i governi parlano di de-escalation nei conflitti, le loro industrie di difesa battono record di fatturato.
Questo dato esiste. Non viene collegato sistematicamente alla retorica politica che lo contraddice.
Non si tratta di affermare che i giornalisti mentano deliberatamente.
Si tratta di riconoscere che il sistema seleziona, premia e amplifica certi contenuti a discapito di altri.
E che chi paga la pubblicità, chi possiede le frequenze, chi siede nei consigli di amministrazione delle grandi aziende mediatiche ha un interesse diretto nel mantenere certe connessioni fuori dalla vista della gente comune.

Cosa puoi fare tu, concretamente
Conoscere questi meccanismi non è un esercizio di cinismo. È il primo passo per non esserne ingabbiati.
Alcune cose concrete:
- Verifica sempre le fonti primarie. I dati SIPRI sono pubblici e scaricabili. I report ISTAT sono pubblici. Le relazioni parlamentari sull’export di armi sono pubbliche. Usa le fonti originali, non le loro versioni mediate dai grandi editori.
- Chiedi chi possiede il giornale o la televisione che stai guardando (senza fare politica, ovviamente). Gli interessi economici del proprietario non determinano automaticamente ogni notizia, ma creano strutturalmente un campo di forze che esclude certi argomenti e ne privilegia altri.
- Distingui tra notizia e agenda. Una notizia esiste quando accade qualcosa. L’agenda è la scelta di quali notizie meritano attenzione, spazio e tempo. Chi controlla l’agenda controlla la conversazione pubblica.
- Cerca fonti indipendenti, anche scomode. Non devono essere ideologicamente allineate con le tue posizioni. Devono avere metodo verificabile, con fonti citate e dati reali e aggiornati.
- Tratta con sospetto chi ti dice di non porre certe domande. Hai diritto di applicare spirito critico e quindi di avvalerti della libertà di mettere in discussione le narrazioni dominanti senza essere liquidati come cospirazionisti.
Informarsi davvero richiede più fatica del consumo passivo dei telegiornali.
Ma è l’unico modo per non consegnare la propria visione del mondo a chi ha interessi nel mantenerla nebbiosa.

Conclusione: la pace non si annuncia, si costruisce — e non con le armi
2.718 miliardi di dollari in armi nel 2024. 679 miliardi di fatturato per le prime 100 aziende produttrici. L’Italia sesta esportatrice mondiale, con 7,9 miliardi autorizzati e il 59% diretto in Medio Oriente.
Il Donbass in guerra dal 2014 mentre i media occidentali guardavano altrove.
Questi non sono numeri astratti.
Sono le tracce di un sistema che produce profitto dalla guerra, che ha bisogno dell’instabilità per giustificare la spesa, che usa l’attenzione mediatica sui conflitti per oscurare le proprie contraddizioni interne.
Non si tratta di essere contro la difesa o contro la sicurezza. Si tratta di pretendere coerenza tra le parole e le azioni.
Di chiedersi perché chi firma accordi di pace al mattino autorizza miliardi in esportazioni di armi nel pomeriggio. Di non smettere di fare domande anche quando le domande sono scomode.
La gente comune paga il prezzo di queste scelte con le tasse, con i tagli ai servizi, con la qualità della vita che peggiora mentre le industrie della difesa battono i loro record.
E spesso non lo sa, perché il telegiornale sta parlando d’altro.
Questo è il motivo per cui l’informazione indipendente — quella che parte dai dati verificati, che non ha inserzionisti da compiacere, che non appartiene a holding con interessi nell’industria degli armamenti — non è un lusso.
È una necessità.
Non per credere a tutto quello che si legge fuori dal mainstream.
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Fonti e riferimenti
Spesa militare globale 2024 (SIPRI):
https://unipd-centrodirittiumani.it/it/notizie/sipri-tendenze-delle-spese-militari-mondiali-nel-2024
https://www.peacelink.it/disarmo/il-nuovo-rapporto-sipri-sulla-spesa-militare-tocca
Export militare italiano 2024:
Produttori di armi globali 2024:
Guerra del Donbass 2014-2022:
https://lanuovabq.it/it/otto-anni-di-conflitto-in-donbass-la-guerra-invisibile
https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Donbass
Proprietà media italiani:
https://media-ownership.eu/findings/countries/italy
https://www.agcom.it/node/45118/printable/print
SIPRI trasferimenti armi 2021-2025:
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