Il 27 marzo 2026 è una data che chi si occupa di software libero in Italia non dimenticherà facilmente.
Alla Camera dei Deputati si è tenuta una conferenza stampa ufficiale dal titolo inequivocabile: “Passare a Linux — Tutti i vantaggi di un sistema operativo open source: risparmio, privacy, autonomia digitale, sicurezza e molto altro”.
Protagonisti: il deputato Massimo Milani e Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo No Profit.
Per chi, come il sottoscritto, parla di Linux e open source da oltre vent’anni — nei blog, nelle consulenze, nelle conversazioni quotidiane con clienti e colleghi — questo momento ha un sapore particolare. Non è trionfalismo.
È la soddisfazione amara di chi ha visto ignorare per decenni qualcosa di ovvio, e ora lo vede finalmente nominare nei luoghi dove si dovrebbe decidere.
Ma proprio perché conosco la storia di questo Paese su questi temi, non mi fermo all’applauso.
In questo articolo ripercorriamo tutto: cosa è stato detto, cosa avrebbe dovuto essere fatto dal 2005 in poi, quanto ci è costato l’immobilismo, e — soprattutto — cosa si può fare già oggi, sia come privato che come professionista.
Ricordo per l’ennesima volta che non tratto argomenti di politica e non ve ne prendo parte in alcun modo in quanto sono neutrale politicamente. Argomento solo i fatti legati all’attualità, alla tecnologia e all’informatica.
La conferenza stampa del 27 marzo 2026: cosa è stato detto
La conferenza trasmessa in diretta dalla WebTV della Camera ha visto protagonisti Massimo Milani, deputato di Fratelli d’Italia e segretario della VIII Commissione Ambiente, e Luigi Gabriele di Consumerismo
No Profit, affiancato da Marco Crotta, responsabile del Dipartimento Blockchain dell’associazione.
I punti chiave emersi dalla conferenza sono stati sostanzialmente cinque:
- Il “vaso di Pandora” aperto: la conferenza ha riconosciuto esplicitamente che la migrazione verso il software libero solleva un problema sistemico — non tecnico, ma culturale e politico — che finora si è preferito non affrontare.
- Il Cloud Act USA: Gabriele ha sottolineato che normative come il Cloud Act americano consentono l’accesso ai dati anche al di fuori del territorio statunitense, rendendo qualsiasi soluzione cloud proprietaria di origine USA strutturalmente incompatibile con la sovranità dei dati italiani ed europei.
- La libertà di scelta negata: il consumatore può teoricamente installare software libero, ma nella pratica il mercato non glielo permette — tra hardware preinstallato con Windows, software aziendali incompatibili e inerzia culturale.
- Il risparmio stimato: Marco Crotta ha quantificato in circa 2,8 miliardi di dollari il risparmio potenziale della PA italiana in cinque anni con una migrazione seria verso il software libero.
- Il ruolo delle associazioni dei consumatori: Consumerismo No Profit ha annunciato l’intenzione di battersi su questo fronte come questione di tutela dei consumatori digitali, non solo come tema tecnico.
Vale la pena notare che Consumerismo No Profit è un’associazione con credenziali formali solide: a dicembre 2025 è stata iscritta al registro ministeriale delle organizzazioni legittimate alle azioni di classe. Bene.
Ma il lettore attento sa che la credenziale formale non elimina la necessità di guardare con occhi critici a chi parla, da dove parla e con quali interessi sullo sfondo.
Su questo specifico tema — Linux e PA — le posizioni espresse sono nette e verificabili. Il resto lo valutiamo nel tempo.

L’articolo 68 del CAD: vent’anni di norma scritta e mai applicata
Qui sta il punto che mi fa venire i capelli bianchi. Il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), adottato con D.Lgs. 82/2005, all’articolo 68 stabilisce esplicitamente che le pubbliche amministrazioni devono effettuare una valutazione comparativa prima di qualsiasi acquisizione di software.
E nella lista delle preferenze, il software open source viene prima di quello proprietario.
Non è una raccomandazione. Non è un auspicio. È una norma di legge in vigore da vent’anni.
Eppure, come documentato da numerose analisi nel corso degli anni — tra cui quelle di AgID stessa — la norma è rimasta sistematicamente disattesa.
Le eccezioni hanno mangiato la regola. Il software proprietario ha continuato a dominare gli appalti pubblici. E nessuno ha mai pagato per questo.
Il meccanismo è semplice e spietato: la norma non prevede sanzioni effettive per chi la ignora, non esistono incentivi concreti per chi la rispetta, e i responsabili ICT delle PA hanno imparato presto che sponsorizzare una migrazione open source significa scontrarsi con un ecosistema di lobby.
Ci sono interessi consolidati e politici che hanno rapporti molto più frequenti con le grandi aziende del software proprietario che con la comunità open source.
Il risultato? Nel 2013, la Commissione europea aveva già stimato in 1,1 miliardi di euro all’anno il costo della mancata concorrenza nel settore del software pubblico italiano.
Una commissione parlamentare d’inchiesta aveva calcolato una spesa complessiva della PA in software pari a 5,2 miliardi di euro annui, di cui una quota enorme destinata a licenze che, per legge, avrebbero dovuto essere sostituite da alternative aperte.
Nel 2024, AgID ha pubblicato le Linee guida sull’acquisizione e il riuso del software per la PA, cercando di dare attuazione concreta all’articolo 68.
Un passo nella direzione giusta, arrivato con quasi vent’anni di ritardo.

Il catalizzatore che nessuno poteva ignorare: la fine di Windows 10
Il 14 ottobre 2025 Microsoft ha ufficialmente terminato il supporto a Windows 10. Niente più aggiornamenti di sicurezza. Niente più patch.
Qualunque sistema che gira ancora su Windows 10 è, da quel giorno, esposto a vulnerabilità che non verranno mai corrette.
In Italia, questo ha colpito in modo devastante: si stima che 6,2 milioni di utenti residenziali e 120.000 PMI usassero ancora Windows 10, con un fabbisogno stimato di 500 milioni di euro per l’adeguamento hardware necessario a supportare Windows 11.
Nelle pubbliche amministrazioni, il 30% degli enti risultava ancora su hardware obsoleto incompatibile con il nuovo sistema operativo Microsoft.
La risposta europea? Germania e Francia hanno stanziato rispettivamente 300 e 200 milioni di euro per cofinanziare gli upgrade.
L’Italia, al momento della conferenza di marzo 2026, non aveva ancora annunciato misure specifiche.
La risposta ovvia — Linux come alternativa gratuita, sicura e perfettamente compatibile anche con hardware datato — continuava a non essere pronunciata ad alta voce nei corridoi istituzionali. Fino al 27 marzo.

Chi lo ha già fatto: gli esempi che l’Italia avrebbe potuto seguire
Non stiamo parlando di esperimenti di nicchia. Le migrazioni verso Linux e software open source nella pubblica amministrazione hanno una storia consolidata, con dati verificabili e risparmi documentati.
Ecco i casi più significativi:
Francia: la Gendarmeria Nazionale
La Gendarmeria Nazionale francese ha migrato oltre 200.000 postazioni a Ubuntu Linux, diventando uno dei casi di riferimento mondiali.
Il progetto è partito nei primi anni 2000 ed è tuttora considerato un modello da istituzioni di tutto il mondo.
Il risparmio in licenze è stato enorme, ma il beneficio più importante è stato la riduzione della dipendenza da un singolo fornitore.
Germania: lo Schleswig-Holstein e Monaco
Il land tedesco dello Schleswig-Holstein ha avviato la migrazione di 25.000 computer da Windows a Linux e LibreOffice, sotto lo slogan “Soldi pubblici, codice pubblico”.
La logica è inattaccabile: se un software è pagato dai contribuenti, il suo codice sorgente deve essere pubblico e riutilizzabile.
Monaco di Baviera, dopo un tentativo fallito negli anni 2000 (soprattutto per resistenze interne e pressioni esterne), ha ripreso il percorso di migrazione con una strategia più solida.
Italia: LibreDifesa e la Provincia di Bolzano
In Italia qualcosa si è mosso, ma a macchia di leopardo.
Il Ministero della Difesa ha lanciato LibreDifesa, il più grande progetto italiano di migrazione a software open source — il secondo in Europa — con un risparmio quantificato in oltre 10 milioni di euro in licenze.
La Provincia Autonoma di Bolzano ha migrato 7.000 postazioni a LibreOffice, risparmiando 600.000 euro. Sono esempi luminosi in un panorama altrimenti desolante.

Il “consumerismo” digitale: quando la PA diventa un cattivo cliente
C’è un concetto che è emerso con forza dalla conferenza del 27 marzo e che merita di essere approfondito: il rapporto tra la pubblica amministrazione e il software proprietario non è solo un problema tecnico o di risparmio.
È un problema di dipendenza strutturale, costruita nel tempo, che assomiglia molto al lock-in che subisce qualunque consumatore quando entra nell’ecosistema chiuso di un grande player tecnologico.
La PA italiana è diventata, nel corso degli anni, un consumatore passivo e captive del software proprietario.
Contratti pluriennali, formati proprietari, sistemi incompatibili tra loro, personale formato esclusivamente su strumenti di un singolo vendor: ogni scelta fatta nel passato ha reso la migrazione sempre più costosa e difficile — non per motivi tecnici, ma per inerzia organizzativa e interessi consolidati.
Il Cloud Act americano del 2018 ha aggiunto una dimensione geopolitica al problema: le aziende tecnologiche statunitensi sono obbligate a fornire ai tribunali USA i dati dei loro utenti, anche se questi dati sono conservati fisicamente in Europa.
Questo significa che qualunque PA italiana che usa servizi cloud di Microsoft, Google o Amazon è, in linea di principio, esposta a richieste di accesso da parte di autorità straniere.
Non è una teoria del complotto: è il testo della legge.
La risposta europea — il GDPR e le normative NIS2 — va nella direzione giusta, ma l’attuazione pratica richiede che le PA smettano di affidarsi a soluzioni che strutturalmente non possono garantire la sovranità dei dati.
E l’unica strada percorribile è il software open source, ospitato su infrastrutture sotto controllo nazionale o europeo.

Cosa puoi fare adesso: guida pratica per privati e professionisti
Fin qui la storia e il contesto. Ma questo blog non si limita a raccontare cosa non va: si occupa anche di soluzioni concrete. E su Linux, le soluzioni concrete esistono da decenni. Eccole.
Per i privati: il momento migliore era ieri, il secondo migliore è oggi
La fine del supporto a Windows 10 ha creato un’opportunità concreta per milioni di utenti con hardware che non riesce a girare Windows 11. Prima di comprare un nuovo PC — o di esporsi a vulnerabilità di sicurezza — vale la pena esplorare Linux. Le distribuzioni consigliate per chi parte da zero:
- Linux Mint: la scelta più consigliata per chi arriva da Windows. Interfaccia familiare, installazione semplice, ottimo supporto hardware.
- Ubuntu: il punto di partenza classico. Enorme comunità, documentazione vastissima, compatibilità eccellente.
- Zorin OS: progettato esplicitamente per facilitare la transizione da Windows, con un’interfaccia che riproduce fedelmente l’ambiente a cui la maggior parte degli utenti è abituata.
- Pop!_OS: ottima per hardware moderno, particolarmente indicata per chi usa il PC anche per lavoro creativo o sviluppo ed è la distribuzione che utilizzo personalmente, l’ho anche indicato in questo precedente articolo cliccando qui.
Tutti i software che usi quotidianamente hanno alternative open source: LibreOffice per i documenti, GIMP per le immagini, VLC per i media, Thunderbird per la posta, Firefox per la navigazione.
E nella stragrande maggioranza dei casi, per la navigazione web e la produttività di base, Linux funziona meglio di Windows su hardware datato, quindi non avete nemmeno bisogno di comprare un computer nuovo, oppure semplicemente potete optare per una macchina ricondizionata pari al nuovo con Amazon Renewed.
Per i professionisti: la conversazione che si evita
Recentemente ho avuto un colloquio professionale con un potenziale partner del settore — una persona competente, con anni di esperienza nel suo campo.
Nel corso della nostra conversazione è emerso che Linux, come piattaforma per il suo ambiente lavorativo, non era mai stata seriamente presa in considerazione.
Non per motivi tecnici. Per abitudine. Per mancanza di informazione. Per il “si è sempre fatto così”.
Questa è la norma, non l’eccezione.
La stragrande maggioranza delle PMI e dei professionisti italiani non ha mai valutato concretamente Linux perché nessuno gliene ha mai parlato in modo serio, senza fare il nerd entusiasta né il venditore di fumo. Il risparmio sulle licenze è reale.
La sicurezza è superiore. La stabilità è superiore. La compatibilità, nel 2026, copre il 95% dei casi d’uso professionali.
Strumenti come Nextcloud (alternativa a Google Drive/SharePoint), OnlyOffice (suite office enterprise-grade, compatibile con i formati Microsoft), Jitsi Meet (videoconferenze self-hosted) e Bitwarden (gestione password open source) coprono le esigenze della maggior parte dei professionisti senza un euro di licenza.
Per le aziende: il percorso esiste, non è più un salto nel vuoto
Per le aziende che vogliono esplorare una migrazione strutturata, il punto di partenza ufficiale è il catalogo del software riusabile di AgID, che raccoglie le soluzioni open source già adottate dalla PA italiana e disponibili per il riuso. Non è solo per le PA: molte di quelle soluzioni sono perfettamente applicabili in contesti privati.
Sul piano della consulenza e della formazione, comunità come Italian Linux Society e LibreItalia offrono risorse, eventi e supporto. Non bisogna farlo da soli.

Cosa manca ancora: le condizioni per cui la conferenza del 27 marzo non resti solo una buona intenzione
Detto tutto questo, sarebbe ingenuo — e disonesto — chiudere con un ottimismo acritico. Una conferenza stampa, per quanto importante, non cambia la realtà da sola. Ecco cosa servirebbe concretamente:
- Sanzioni effettive per la violazione dell’art. 68 CAD: una norma senza conseguenze per chi la ignora non è una norma, è un consiglio. Vent’anni lo dimostrano.
- Un piano nazionale di migrazione con finanziamenti dedicati: Germania e Francia lo hanno fatto. L’Italia deve smettere di aspettare.
- Formazione obbligatoria del personale PA: inutile installare Linux se poi chi ci lavora non sa usarlo. Serve un investimento serio in competenze digitali.
- Preferenza per formati aperti negli appalti: ogni documento, ogni sistema, ogni interfaccia della PA dovrebbe essere basata su standard aperti e interoperabili.
- Trasparenza sui contratti con i vendor proprietari: quanti soldi pubblici vanno a Microsoft, Google, Oracle ogni anno? I cittadini hanno il diritto di saperlo.
Il principio “Public Money, Public Code” — promosso a livello europeo dalla Free Software Foundation Europe — riassume tutto questo in una frase: se un software è pagato con denaro pubblico, il suo codice deve essere pubblico.
È un principio di trasparenza democratica prima ancora che di efficienza tecnica.

Conclusione: il vaso di Pandora era già aperto. Stavolta non si richiude.
Alla conferenza del 27 marzo 2026 hanno detto che aprire il dossier Linux è come scoperchiare un vaso di Pandora.
È vero. Ma il vaso era già aperto nel 2005, quando l’articolo 68 del CAD fu scritto. Qualcuno ci ha rimesso il coperchio sopra per vent’anni.
Adesso il coperchio è saltato di nuovo — questa volta in una sede istituzionale, con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, con associazioni di consumatori al tavolo.
È un momento importante. Ma la storia ci insegna che i momenti importanti in Italia spesso non producono cambiamenti reali.
La differenza, questa volta, può farla chiunque legge questo articolo. Non aspettare che lo faccia la PA. Inizia tu.
Prova Linux sul tuo vecchio PC. Proponi LibreOffice alla tua azienda. Chiedi al tuo consulente IT perché non vi ha mai parlato di alternative al software proprietario.
Ogni scelta individuale è un voto concreto per un ecosistema digitale più libero, più sicuro e — letteralmente — meno costoso.
E se hai bisogno di un punto di partenza, il mio libro “Linux — La mini-guida pratica per tutti” è lì per quello.
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