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Influencer? No, “Disinfluencer” — ovvero essere dignitosamente sé stessi in un mondo di maschere

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Aggiornamento 2025 di un articolo originariamente pubblicato su Medium nel gennaio 2024


Sentiamo parlare di “influencer” ovunque. Sui social, in televisione, nei talk show, nei tribunali. Sì, avete letto bene: nei tribunali.

Il caso Chiara Ferragni — con la sanzione dell’Antitrust da oltre un milione di euro per pratiche commerciali scorrette legate al famoso pandoro griffato Balocco — ha squarciato il velo su un sistema che molti già sospettavano marcio.

Ma non è un caso isolato.

È il simbolo di un modello fondato sulla finzione sistematica: sembrare autentico per vendere meglio.

E io, da questa parte, scelgo di fare l’esatto contrario.

Mi chiamo Valentino Francesco Mannara e mi definisco un “disinfluencer”. Non perché voglia essere originale a tutti i costi.

Ma perché è l’unica parola che descrive accuratamente quello che faccio: dire la verità anche quando scomoda, smontare illusioni anche quando fa perdere like, rifiutare compromessi anche quando costano caro.

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Il sistema degli influencer: luci, ombre e molto fumo

Partiamo dai fatti.

Il mercato dell’influencer marketing vale miliardi di euro a livello globale e continua a crescere. In Italia, secondo un’indagine BVA Doxa e FLU, l’88% degli italiani su Instagram dichiara di fidarsi degli influencer che segue, e il 66% ha acquistato qualcosa dopo averlo visto promosso sui social.

Numeri impressionanti. Ma cosa si nasconde sotto?

La risposta onesta è: spesso poco. Contenuti costruiti a tavolino, collaborazioni non dichiarate, stili di vita artefatti venduti come reali.

Il tutto condito da un meccanismo perverso: più follower hai, più brand ti cercano, più guadagni, più puoi permetterti di sembrare “autentico” anche quando non lo sei affatto.

Il caso Ferragni ha reso evidente a tutti quello che i consumatori più attenti già sapevano: la popolarità non è sinonimo di credibilità.

E l’autenticità performata per il marketing è ancora meno credibile di una pubblicità tradizionale.

Lo conferma anche la ricerca: secondo dati di Stackla, i consumatori considerano i contenuti generati da utenti reali 9,8 volte più autentici di quelli prodotti dagli influencer. Il mercato stesso sta iniziando a punire la falsità.

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Il problema non sono gli influencer: è il modello

Attenzione: non sto demonizzando chi fa questo mestiere.

Esistono influencer seri, preparati, onesti, che dichiarano le sponsorizzazioni, scelgono collaborazioni coerenti con i loro valori e costruiscono comunità genuine.

Il problema è il modello dominante, quello che premia la quantità di follower invece della qualità dei contenuti, la visibilità invece della sostanza, il like invece del pensiero critico.

Questo modello ha effetti collaterali reali e seri:

  • Promuove il consumismo smodato spacciandolo per stile di vita aspirazionale
  • Distorce la realtà mostrando vite patinate che non esistono
  • Influenza negativamente i giovani, che misurano il proprio valore in follower e visualizzazioni
  • Svuota il significato di “autentico”, termine oggi abusato proprio da chi autentico non è

E poi c’è la questione della privacy sacrificata sull’altare della visibilità. Chi vive di follower mette letteralmente la propria vita privata in pasto al pubblico.

Ogni aspetto dell’esistenza diventa contenuto da monetizzare. Finché non va storto qualcosa — e prima o poi va sempre storto.

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Cosa significa essere un “disinfluencer”

Il disinfluencer non è semplicemente “uno che critica gli influencer”. È qualcosa di più preciso e, in un certo senso, più radicale.

Essere un disinfluencer significa:

Scegliere la verità scomoda rispetto alla bugia confortante. Quando il mercato del lavoro italiano è marcio, lo dico. Quando un recruiter si comporta come un avvoltoio,

lo scrivo. Quando la paura dell’intelligenza artificiale è esagerata e strumentale, lo spiego con dati alla mano.

Rifiutare il consenso facile. Un post che dà ragione a tutti ottiene più like.

Un articolo che smonta una narrazione dominante ottiene meno condivisioni ma più rispetto da chi pensa davvero. Scelgo il secondo.

Non vendere quello che non credo. Il mio blog non ha pubblicità. Non promuovo prodotti in cui non credo. Non collaboro con brand che contrastano i miei valori.

Questo mi costa economicamente? Sì. Lo rifarei? Senza esitazione.

Valorizzare la competenza reale rispetto alla popolarità.

Ho quarant’anni di passione informatica costruita dal basso, senza titoli di studio, senza raccomandazioni, senza privilegi. Vale più di mille follower comprati.

“Uno qualunque” non è un insulto: è una scelta

In questo sistema, essere “uno qualunque” sembra quasi una colpa. La mentalità dominante è chiara: se non hai centomila follower non sei nessuno.

Se non hai un brand personale fotogenico, non esisti. Se non monetizzi ogni aspetto della tua vita, stai sprecando potenziale.

Sbagliatissimo.

Essere sé stessi — con le proprie competenze reali, i propri valori chiari, le proprie posizioni anche scomode — vale infinitamente di più di qualsiasi numero su un profilo social.

Lo confermano paradossalmente i dati del settore stesso: secondo una ricerca Dentsu del 2025, i consumatori cercano sempre più contenuti affidabili e relazioni trasparenti con i brand e i creatori.

La stanchezza del patinato è reale. La domanda di autenticità vera — non performata — è in crescita.

Il problema è che l’industria ha già imparato a simulare anche quella.

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Il “disinfluencer” e il mercato del lavoro: stesso sistema, stessa logica

C’è un filo diretto tra la cultura degli influencer e il mercato del lavoro italiano.

Lo stesso meccanismo che premia l’apparenza sulla sostanza nei social lo ritroviamo nel recruiting: conta il titolo di studio, non le competenze reali.

Conta il curriculum ben formattato, non vent’anni di presenza online documentata. Conta “sembrare” professionale, non esserlo.

Ho scritto ampiamente di questo nel mio articolo sulla denuncia contro il recruiting marcio su LinkedIn.

Ma vale la pena ribadirlo qui: in Italia si è costruita una cultura del “pezzo di carta” e della raccomandazione che penalizza sistematicamente chi ha costruito la propria competenza da autodidatta.

E quando arrivi con quarant’anni di esperienza reale, verificabile, documentata online, e ti chiedono il CV — è lo stesso insulto che riceve l’influencer onesto quando il brand preferisce collaborare con chi ha più follower falsi ma meno seccature etiche.

Dignità e orgoglio: parole che spaventano

In Italia, purtroppo, “dignità” e “orgoglio” sono spesso percepite come lussi che non ci si può permettere. La retorica dominante è: “Se non c’è altro, accetti quello che c’è. Se rifiuti, sei tu il problema.”

No!

Chi accetta di lavorare in nero, chi accetta offerte indecenti per paura, chi abbassa la testa davanti allo sfruttamento, non lo fa perché è stupido — lo fa perché il sistema lo ha convinto che non ha alternative.

È la stessa logica che trasforma i giovani in follower acritici di influencer che vendono l’illusione che con un selfie giusto si cambia vita.

La libertà vera non sta nel numero di follower. Sta nella capacità di dire no.

No a un’offerta di lavoro che ti sfrutta. No a un brand che ti chiede di mentire ai tuoi lettori. No a un sistema che ti vuole numero invece che persona.

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Cosa fare, concretamente

Se ti riconosci in questo articolo, ecco quello che suggerisco:

Coltiva competenze reali, non una fanbase. Una competenza verificabile vale più di mille follower. Oggi come domani.

Sii trasparente, sempre. Dichiara le sponsorizzazioni se le hai. Di’ quando hai torto. Ammetti i tuoi limiti. È disarmante quanto funzioni meglio dell’arroganza.

Scegli qualità su quantità. Un lettore che torna perché si fida di te vale cento che ti seguono per un meme virale.

Non vendere la tua dignità per visibilità. Mai. Nemmeno “solo questa volta”. Perché non esiste “solo questa volta”.

Parla, anche quando scomoda. Il silenzio è sempre dalla parte di chi il sistema lo gestisce a suo vantaggio.

Conclusione: il disinfluencer non vuole essere famoso

Voglio essere chiaro su una cosa: non scrivo per diventare famoso. Non creo contenuti per raccogliere like. Non mi interessa avere un milione di follower.

Scrivo perché ho qualcosa di vero da dire. Perché ci sono persone che si riconoscono in quello che scrivo e trovano conferma che no, non sono pazzi — è il sistema che è storto.

Perché smontare le illusioni, anche se fa meno rumore delle illusioni stesse, è un lavoro necessario.

Sono uno qualunque. E ne vado fiero.

Perché “uno qualunque” che dice la verità vale più di mille influencer che vendono la menzogna più fotogenica del momento.


Fonti e approfondimenti

  1. Caso Ferragni-Balocco e AntitrustUnione Nazionale Consumatori Umbria
  2. Italiani e influencer: rapporto di fiducia — Indagine BVA Doxa e FLU, 2024
  3. Autenticità e influencer marketing nel 2025Ninja Business School / Dentsu EMEA Consumer Navigator Q3 2025
  4. I consumatori come nuovi influencerRicerca Skeepers su 72.000 persone
  5. Contenuti generati dagli utenti vs influencerQR Code Tiger / Stackla Research
  6. Tendenze social 2025: autenticità e micro-influencerFrancesco Costanzini
  7. Body rental e sfruttamento nel lavoro ITInformazione senza filtro

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