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Outlier AI: dietro il messaggio sponsorizzato da $20 l’ora si nasconde una causa per danni psicologici. L’inchiesta

outlierAI slide

Pubblicità patinata su LinkedIn, community di “700.000 esperti”, PhD citati su Nature. E poi le carte processuali: salari sotto il minimo, licenziamenti di massa senza preavviso, lavoratori esposti a contenuti su suicidio, pedofilia e violenza sessuale senza supporto psicologico.

Ecco cosa c’è davvero dietro Outlier AI, la piattaforma di Scale AI che recluta a tappeto anche in Italia.

Da ricordare anche casi simili di inchieste come nel caso di ClarityCheck pubblicato di recente a questo link.

Come sempre ricordo che in ogni mio contenuto includo i loghi originali di aziende e marche varie al solo scopo illustrativo e quindi senza fini di lucro o uso illecito, pertanto respingo a priori qualsiasi forma di accusa sull’uso di tali marchi.

Il messaggio che inizia tutto

Arriva su LinkedIn come tanti altri. Sponsorizzato, targettizzato, con tutte le cerimonie tipiche della campagna pubblicitaria automatizzata sul social e il messaggio che ho ricevuto è il seguente:

Ciao Valentino F.,

Sono un responsabile delle assunzioni presso Outlier, una piattaforma che allena modelli di intelligenze artificiali.

Noi stiamo lavorando a un grande numero di interessanti progetti per addestrare modelli AI multilinguistici. Questi progetti includono la scrittura, classificazione e valutazione di prompt di chatbot AI.

Il tuo profilo LinkedIn si è fatto notare: attualmente stiamo assumendo persone che conoscono bene l’inglese (B2+ o simili) e che scrivono in italiano in modo fluente, proprio come te!

Ecco perchè unirsi alla nostra Community di +200.000 membri:

Lavoro 100% da remoto.

Guadagna una media di $20 USD all’ora.

Orari flessibili, lavora dove e quando vuoi.

Lascia il segno sulle AI, il tuo lavoro renderà le AI più sicure per tutti!

Cordiali saluti,

Il Team di Outlier.

Il tono è quello giusto: professionale, rassicurante, quasi missionario, no?

Chi lo legge pensa di essere stato scelto ma ovviamente io non ci casco, dal momento che ne ho viste davvero troppe.

Della serie: “Mi credi scemo?”

Infatti sono stato semplicemente raggiunto da un funnel pubblicitario a pagamento che punta a chiunque dichiari di scrivere bene in italiano e di conoscere l’inglese almeno a livello B2.

Lo si capisce dal link stesso: campagne con nomi come “Scale-GMR-0023”, targeting per lingua, mercato, è infatti un formato di annuncio tipico.

È infatti Marketing puro nella sua forma più studiata, non è una ricerca di talenti.

Fin qui, nulla di anomalo: è così che funziona la pubblicità su LinkedIn nel 2026, tuttavia il problema comincia quando si va a vedere chi c’è dietro quel messaggio, e soprattutto cosa raccontano le persone che hanno già accettato l’invito.

outlierAI chi è

Chi è davvero Outlier AI

Outlier non è una startup indipendente che è spuntata dal nulla.

È una piattaforma posseduta e gestita direttamente da Scale AI, una delle più grandi aziende di infrastruttura dati per l’intelligenza artificiale al mondo, che ha raccolto oltre un miliardo di dollari di finanziamenti.

Il nome “Outlier” in origine apparteneva a un’altra azienda, fondata nel 2015 e dedicata all’analisi di business:

Scale AI l’ha acquisita, ha sciolto il business originale e ha rilanciato il marchio nel 2023 come piattaforma rivolta ai collaboratori, l’interfaccia attraverso cui i lavoratori a cottimo accedono ai progetti di addestramento per l’AI.

Scale AI, a sua volta, non è un nome qualunque nel settore.

È l’azienda che fornisce manodopera per etichettare dati e addestrare modelli linguistici per colossi come OpenAI, Google e persino il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Una macchina enorme che sotto il cofano funziona grazie a centinaia di migliaia di persone sparse nel mondo, reclutate come “Taskers”: lavoratori a cottimo, classificati come liberi professionisti, pagati a progetto.

Sul sito ufficiale italiano di Outlier, la narrazione è ancora più ambiziosa: si parla di una rete di oltre 700.000 esperti tra laureati, master e PhD, e si cita persino una pubblicazione su Nature del 2026 in cui alcuni “esperti Outlier” sarebbero stati menzionati.

Un quadro di eccellenza accademica e scientifica che stride parecchio con quanto emerge dalle aule di tribunale californiane.

Qui sopra gli screenshot del loro sito ufficiale che poi ho tradotto in italiano con il plugin di Google Translate.

Le pubblicità raccontano la pace, i tribunali raccontano la guerra

Quello che il messaggio LinkedIn non dice, e che il sito ufficiale ovviamente non sbandiera, è che negli ultimi diciotto mesi Scale AI e Outlier sono stati travolti da una raffica di azioni legali negli Stati Uniti.

Non un’eccezione isolata, ma un pattern che si ripete: salari sotto il minimo, licenziamenti senza preavviso, e soprattutto un’accusa gravissima riguardante la salute mentale dei lavoratori.

La prima causa: “il sordido sottobosco” dell’AI generativa

A dicembre 2024 lo studio legale Clarkson Law Firm ha depositato una class action contro Scale AI presso il tribunale superiore di San Francisco.

Il linguaggio usato nella denuncia non lascia spazio a interpretazioni: il documento descrive Scale AI come “il sordido sottobosco che sostiene l’intera industria della generative AI”, accusando l’azienda di un rapporto “estremamente predatorio” con i collaboratori reclutati in massa per lavorare attraverso la sua sussidiaria Outlier AI.

La causa cita come imputati sia Outlier che la sua società madre, Smart Ecosystem.

La seconda causa: salario reale sotto il minimo legale

Il 3 gennaio 2025 una ex lavoratrice, Amber Rogowicz, ha depositato un’altra causa, questa volta incentrata sulla classificazione contrattuale e sul salario reale percepito.

Secondo la denuncia, il compenso effettivo per il suo lavoro su Outlier si traduceva in circa 15 dollari l’ora, una cifra inferiore al salario minimo della California in vigore in quel momento.

Il punto più interessante riguarda il meccanismo di sottopagamento: durante una giornata tipica di lavoro di circa 10 ore, alla lavoratrice ne venivano retribuite solo 5, perché il tempo dedicato a leggere le istruzioni e a seguire la formazione richiesta non veniva conteggiato come ore pagate.

Scale AI, tramite il proprio portavoce, ha risposto alle accuse sostenendo di aver sempre pagato equamente la lavoratrice e di averla rimossa da Outlier per violazione di linee guida della community non ulteriormente specificate. Una difesa che, va detto, non ha impedito il moltiplicarsi di denunce simili nei mesi successivi.

Una testimonianza diretta di questa youtuber e vi suggerisco di attivare i sottotitoli nella vostra lingua in modo da capire bene nel dettaglio.

La terza causa: classificazione scorretta e pagamenti ad algoritmo

Parallelamente, un altro ex collaboratore, Steve McKinney, ha depositato una causa separata sempre presso il tribunale superiore di San Francisco, questa volta concentrata sulla classificazione dei lavoratori.

La denuncia sostiene che i task venivano assegnati algoritmicamente, con pagamenti ridotti o negati del tutto per i progetti che superavano un limite di tempo prestabilito dalla piattaforma.

La causa si basa sull’ABC test, lo standard legale della California per distinguere un vero libero professionista da un dipendente travestito da tale.

Secondo la normativa, un lavoratore è considerato dipendente a meno che non sia libero dal controllo e dalla direzione dell’azienda committente, svolga un lavoro estraneo all’attività ordinaria dell’azienda, e sia abitualmente impegnato in un’attività indipendente del tipo per cui viene assunto.

Nessuno di questi tre criteri, sostiene la denuncia, risulterebbe rispettato nel rapporto tra Scale AI e i suoi Taskers.

Un avvocato del lavoro newyorkese ha commentato che, sebbene lo standard ABC della California sia già di per sé piuttosto favorevole ai lavoratori, una causa di questo tipo dovrebbe preoccupare seriamente i datori di lavoro praticamente in ogni altra giurisdizione.

Da parte sua, Scale AI ha dichiarato di rispettare tutte le leggi e normative applicabili e di garantire salari sempre in linea o superiori agli standard di vita locali.

La quarta causa: 500 licenziamenti senza preavviso

A ottobre 2024 è arrivata un’altra denuncia, depositata presso il tribunale distrettuale federale del Nord della California, che riguarda non i compensi ma le modalità di licenziamento.

Secondo la causa, Scale AI, Outlier AI e un’altra piattaforma di lavoro chiamata HireArt avrebbero licenziato oltre 500 lavoratori senza il preavviso di 60 giorni richiesto dalla legge federale WARN Act e dal suo equivalente californiano.

Si tratta di normative pensate apposta per evitare che le aziende si liberino di centinaia di persone da un giorno all’altro senza alcun margine di organizzazione per chi perde il lavoro.

La quinta causa: la più grave di tutte

È a Gennaio 2025 che arriva la denuncia più pesante, quella che dovrebbe far riflettere chiunque stia valutando di rispondere a un messaggio come quello ricevuto su LinkedIn.

Sei ex collaboratori di Outlier, rappresentati ancora dalla Clarkson Law Firm, hanno presentato una class action presso il tribunale distrettuale federale del Nord della California (causa numero 4:25-cv-00620) accusando Scale AI, Smart Ecosystem e Outlier AI di negligenza nella tutela della salute psicologica dei lavoratori.

Il cuore della denuncia riguarda i cosiddetti progetti di “AI Safety”: attività in cui i lavoratori, chiamati internamente “Taskers” o “Super Attempters”, dovevano formulare ed esaminare richieste estremamente disturbanti, da sottoporre ai modelli AI per insegnare loro a riconoscerle e rifiutarle.

Il documento legale descrive come questi lavoratori, ingaggiati per costruire le barriere di sicurezza dei modelli AI, non siano stati essi stessi protetti dalle condizioni lavorative note per causare ed esacerbare danni psicologici.

Secondo quanto riportato nella denuncia, ai lavoratori non veniva fornito alcun avviso preventivo sulla natura reale e disturbante del lavoro prima dell’assunzione: alcuni di loro avrebbero scoperto solo dopo aver iniziato che il compito reale non aveva nulla a che fare con quanto descritto in fase di colloquio.

La causa sostiene inoltre che il supporto psicologico promesso dall’azienda, con accesso a un terapeuta per chi trovava il lavoro emotivamente gravoso, fosse nella pratica inesistente: le richieste di assistenza venivano ignorate, e chi segnalava disagio rischiava la rimozione dai progetti o l’espulsione dalla piattaforma, con conseguente perdita immediata di reddito.

Tra le conseguenze denunciate dai ricorrenti figurano sintomi di depressione, ansia, insonnia, incubi ricorrenti, attacchi di panico e, in alcuni casi, disturbo da stress post-traumatico.

La causa chiede non solo un risarcimento danni, ma anche l’istituzione di un fondo di monitoraggio medico finanziato dall’azienda per garantire screening psicologico e cure adeguate a tutti i Taskers coinvolti, attuali ed ex.

Scale AI ha risposto attraverso il proprio portavoce, sostenendo che addestrare i modelli di AI generativa a prevenire contenuti dannosi e abusivi sia fondamentale per lo sviluppo sicuro dell’intelligenza artificiale, e che l’azienda non accetti mai progetti che possano includere materiale di abuso sessuale su minori.

Per tutelare i collaboratori, l’azienda dichiara di fornire avviso anticipato sulla natura sensibile del lavoro, la possibilità di rinunciare in qualsiasi momento e accesso a programmi di salute e benessere.

Lo stesso portavoce ha inoltre contestato duramente la reputazione dello studio legale che ha presentato la causa, sostenendo che in passato un giudice federale avesse definito un suo precedente reclamo “inutilmente lungo” e pieno di informazioni “irrilevanti, distraenti o ridondanti”, arrivando a mettere in dubbio l’affidabilità dello studio nella rappresentanza degli interessi della classe.

È bene precisare, per correttezza giornalistica, che si tratta di accuse formulate in sede processuale e non ancora di sentenze definitive.

Ma il fatto che si tratti già della terza o quarta causa nell’arco di pochi mesi, tutte con pattern simili (sottopagamento, controllo algoritmico, mancanza di tutele), non è un dettaglio che si possa ignorare.

Cosa dicono davvero i lavoratori, al netto delle aule di tribunale

Al di là delle cause legali, che fotografano i casi più gravi, vale la pena guardare anche al sentiment generale di chi lavora o ha lavorato su Outlier.

Le recensioni aggregate da fonti come Indeed restituiscono un quadro tutt’altro che entusiasmante: un punteggio medio di 2,4 su 5 stelle, con la descrizione più ricorrente che riassume l’esperienza in “buono quando il lavoro c’è, inesistente quando non c’è”.

Non è quindi, secondo le stesse parole di chi l’ha vissuta, una piattaforma su cui costruire stabilità economica.

Una sintesi più articolata, basata sull’analisi di centinaia di account di lavoratori reali su Trustpilot, Indeed, Glassdoor e Reddit, descrive Outlier come un’azienda che paga davvero i lavoratori, ma la cui affidabilità nel 2026 non ha una risposta semplice: una piattaforma di gig economy ad alto rischio e instabile, che funziona bene per alcuni e male per altri, a seconda di competenze, posizione geografica e progetti attivi al momento dell’iscrizione.

Lo stesso resoconto segnala che il programma di referral avrebbe pagato solo meno dell’1% dei lavoratori segnalati da altri utenti, secondo le testimonianze raccolte.

Su Reddit, secondo le fonti raccolte, il copione che si ripete è sempre lo stesso: settimane intere senza un solo task disponibile, seguite da ondate improvvise di progetti tutti insieme.

Un’altalena che rende difficile pianificare qualsiasi cosa, dal bilancio familiare alla gestione del tempo.

Detto questo, va riconosciuto anche il rovescio della medaglia: secondo alcune analisi più recenti, il lavoro risulta intellettualmente stimolante soprattutto per chi scrive o programma, con tariffe trasparenti e pagamenti elencati come affidabili rispetto a piattaforme di microtask più grezze come Remotasks.

Il consiglio che emerge da più fonti indipendenti è coerente: non bisogna mai costruire un bilancio personale basandosi su Outlier come unica fonte di reddito, e la maggior parte dei collaboratori esperti mantiene contemporaneamente account su due o tre piattaforme diverse, usando Outlier quando l’offerta di task è forte e tappando i buchi con alternative quando non lo è.

Il contrasto che conta

Messo tutto insieme, il quadro che emerge è abbastanza nitido. Da un lato c’è il messaggio sponsorizzato su LinkedIn, scritto con il linguaggio della missione collettiva: rendere le AI più sicure per tutti, lasciare il segno, lavorare quando e dove si vuole, guadagnare in media 20 dollari l’ora.

Dall’altro ci sono le carte processuali depositate nei tribunali della California, che raccontano di salari reali ben sotto quella media, di task assegnati e pagati da un algoritmo senza alcuna supervisione umana, di licenziamenti di massa senza preavviso, e soprattutto di persone assunte per rendere l’intelligenza artificiale più sicura che si sono ritrovate esposte, senza adeguato preavviso né supporto psicologico, a contenuti capaci di generare ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico.

Non significa che chiunque lavori su Outlier finisca per stare male, né che l’azienda sia un’entità criminale: le testimonianze raccolte da più fonti indipendenti confermano che i pagamenti, quando arrivano, sono reali, e che per chi ha competenze tecniche specifiche il lavoro può effettivamente essere interessante e remunerativo.

Ma significa che il messaggio ricevuto su LinkedIn, con la sua patina di entusiasmo e la promessa di un impatto positivo sul mondo, omette completamente la parte più scomoda della storia: quella che si trova non sul sito ufficiale, ma negli archivi dei tribunali federali e statali della California.

La domanda da farsi prima di cliccare “Apply Now”

Chi riceve un messaggio come quello descritto in apertura dovrebbe fermarsi a fare alcune domande, prima ancora di guardare alla cifra in dollari sbandierata nell’annuncio.

La prima riguarda la natura reale del contratto: si tratta di un rapporto da libero professionista vero, libero di scegliere come e quando lavorare, oppure di un controllo algoritmico stretto che decide cosa fare, quando farlo e quanto pagare per farlo, con tutte le caratteristiche di un rapporto di subordinazione travestito da collaborazione autonoma?

È esattamente il nodo al centro di almeno due delle cause legali citate sopra.

La seconda riguarda la trasparenza sul contenuto del lavoro: viene davvero comunicato in anticipo, con chiarezza, che alcuni progetti possono comportare l’esposizione a contenuti estremamente disturbanti su temi come violenza, abusi e autolesionismo?

E se la risposta è sì sulla carta, lo è anche nella pratica, oppure il dettaglio emerge solo dopo aver già accettato l’incarico?

La terza, più pratica, riguarda la sostenibilità economica: un compenso “fino a 20 dollari l’ora” calcolato su una media che può comprendere anche i top performer ha lo stesso significato di un compenso garantito?

E cosa succede nelle settimane in cui, come raccontano in tanti, i task semplicemente non ci sono?

Domande semplici, a cui un annuncio pubblicitario sponsorizzato su LinkedIn non è strutturalmente in grado di rispondere.

Ci pensano, semmai, le carte processuali depositate nei tribunali della California: un genere letterario molto meno patinato, ma decisamente più onesto.


Fonti consultate per questo articolo:

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