Febbraio 2023. Un’aula fatiscente usata dal Comune per un corso di sicurezza sul lavoro. Nessun avviso ai partecipanti su cosa portare.
Non una connessione internet, non una presa funzionante vicino ai tavoli, non un’illuminazione decente.
E sopra le teste di tutti, in fondo alla parete principale, un telone per le proiezioni tenuto su con delle cinghie di nylon arancioni, agganciate a una barra di ferro sottile fissata al soffitto… vi pare normale una cosa del genere?
Un corso di sicurezza sul lavoro che si svolgeva in condizioni che la sicurezza la ignoravano completamente, quindi ipocrisia all’ennesima potenza.



Ecco qui sopra le prove effettive con delle foto che dicono praticamente tutto.
Non è il copione per uno scenario comico, è successo davvero, ed è successo a me assistere ad una cosa del genere e tristi a dirsi è stata una delle tante cose storte che ho visto nel contesto siciliano da quando mi trasferii qui dal nord nel lontano Maggio 2006.
Questo articolo nasce da un ricordo personale, ma diventa in fretta qualcosa di più grande: la fotografia di un Paese che parla di digitalizzazione nei convegni e nei piani nazionali, mentre nella pratica quotidiana lascia le persone senza gli strumenti minimi per affrontare il presente.
Non è un problema di soldi. È un problema di previdenza, di cultura e, molto spesso, di totale disinteresse da parte di chi dovrebbe organizzare le cose per bene.

Un’aula senza computer, senza penna e senza rispetto
Quel giorno, i primi di Febbraio 2023, ero stato convocato per il corso di sicurezza prima di essere avviato ai progetti Utili alla Collettività, i cosiddetti PUC, l’obbligo settimanale che accompagna il Reddito di Cittadinanza infatti in quell’anno per due volte la settimana e per 8 mesi ho prestato servizio di sorveglianza alla biblioteca locale del comune dove vivo, appunto Buccheri (SR).
Il Comune non aveva avvertito nessuno dei partecipanti al corso di sicurezza che sarebbe servito portare almeno un quaderno e una penna per prendere appunti.
Ma del resto non ci hanno nemmeno pensato i partecipanti al corso.
Il risultato è stato imbarazzante: un’aula piena di persone spiazzate, senza modo di scrivere nulla, mentre l’ingegnere che stava conducendo il corso utilizzava appunto il suo laptop e un proiettore e con quello proiettava slide su un muro giallognolo anziché usare il supporto principale (giustamente), ovvero un telone sul muro principale che sembrava reggersi per miracolo.
Io invece ero arrivato preparato (come da fumetto caricato sopra in PDF).
Alcuni giorni prima avevo comprato su Amazon un laptop ricondizionato dalla Germania, un Lenovo ThinkPad L390 (menzionato in questo vecchio articolo a questo link) da 13 pollici, touch screen Full HD, processore Intel Core i5, 8 gigabyte di RAM e 256 gigabyte di memoria di tipo M2. Prezzo totale: 317 euro. (potete trovarlo ancora su Amazon)

Quando ricevetti il portatile a Gennaio 2023 gli avevo piallato Windows 10 e ci avevo installato a Gennaio 2023 il sistema operativo Pop!_OS 22.04 LTS, una distribuzione Linux ovviamente senza costi di licenza, leggera e affidabile.
Una volta in aula ho attivato l’hotspot dal telefono, mi sono collegato e ho rintracciato online gli stessi documenti in PDF che venivano proiettati in quel momento, con grande sorpresa dell’ingegnere che mi ha visto all’opera con il laptop.
Tant’è che vedendomi lavorare con questo Thinkpad aziendale si è pure sorpreso che tale macchina avesse lo schermo touch, figuriamoci.
Alcune compagne del corso, vedendo quello che stavo facendo, si sono avvicinate incuriosite soprattutto per prendere nota di ciò che vedevano sullo schermo.
Non avevo fatto nulla di eccezionale. Avevo semplicemente applicato il buon senso più elementare: se vai a un corso, ti porti gli strumenti per lavorare.
Eppure quel gesto banale mi ha reso l’unica persona nell’aula capace di reagire a un imprevisto organizzativo che non doveva nemmeno verificarsi.
Ma di norma prendere nota e seguire giustamente un corso di sicurezza implicava giustamente prendervi partecipazione attiva.

Il paradosso della biblioteca comunale
La storia non finisce qui. Per gli obblighi legati al Reddito di Cittadinanza, avevo scelto di prestare il mio servizio settimanale come sorveglianza alla biblioteca comunale di Buccheri.
Anche qui la situazione era la fotocopia di quella vista al corso: struttura fatiscente, problemi evidenti di manutenzione, e solo il computer dell’impiegata che spesso non funzionava nemmeno e non c’erano nemmeno computer a disposizione del pubblico, visto che erano tutti guasti.
Il comoune di Buccheri infatti è un ente che sulla carta dice di garantire un servizio pubblico essenziale, ma nella pratica lo tradisce completamente.
Una biblioteca comunale con i computer rotti da anni non è solo un disservizio tecnico, è un fallimento nella sua funzione principale.
Perché impedisce ai cittadini sprovvisti di mezzi l’accesso all’informazione e al digitale.
È lo stesso ente che pochi giorni prima non era riuscito a garantire un’aula con i mezzi necessari per un corso di sicurezza. Non è una coincidenza isolata, è un sistema tossico.
Infatti ci sono due modi per leggere la cosa, e forse convivono entrambi.
Il primo è negligenza pura: mancanza di manutenzione, mancanza di controllo, un ente che si disinteressa di verificare se ciò che offre ai cittadini funziona davvero.
Il secondo è un problema più profondo di priorità: risorse comunali destinate altrove, mentre i servizi che dovrebbero restare basilari vengono lasciati morire lentamente.
È quello che definisco “menefreghismo istituzionale”.
Le violazioni da parte del Comune di Buccheri
Il riferimento principale è il Codice dell’Amministrazione Digitale, il D.Lgs. 82/2005.
Due articoli in particolare toccano il tuo caso in modo diretto. L’articolo 8 riguarda l’alfabetizzazione informatica dei cittadini e impone alla pubblica amministrazione di favorire ogni possibile azione utile a promuovere le competenze digitali della popolazione.
L’articolo 8-bis, ancora più specifico, parla espressamente di connettività alla rete internet negli uffici e nei luoghi pubblici, stabilendo che gli enti pubblici debbano garantire l’accesso a internet nei loro spazi aperti al pubblico.
Una biblioteca comunale con i computer rotti e senza connessione viola quindi lo spirito e la lettera di queste due disposizioni.
C’è poi l’articolo 3 dello stesso Codice, che sancisce il diritto dei cittadini e delle imprese a usare le tecnologie digitali nei rapporti con la pubblica amministrazione.
Se l’ente stesso non mette a disposizione strumenti funzionanti, di fatto impedisce l’esercizio pratico di questo diritto a chi non ha un computer proprio, cioè proprio alla fascia di popolazione che quel servizio dovrebbe tutelare maggiormente.
A livello costituzionale, il fondamento sta negli articoli 3 e 9 della Costituzione italiana.
L’articolo 3 impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena uguaglianza dei cittadini, e una biblioteca inutilizzabile crea un ostacolo evidente per chi non ha alternative private.
L’articolo 9 affida alla Repubblica il compito di promuovere la cultura, la ricerca e l’accesso al sapere, funzione che una biblioteca comunale dovrebbe incarnare concretamente.
Infine c’è la Legge 4 del 2004, conosciuta come Legge Stanca, che impone alle pubbliche amministrazioni requisiti di accessibilità sui servizi digitali offerti ai cittadini, principio che si applica anche alle postazioni pubbliche di un ente come una biblioteca comunale.
Quello che la legge dice davvero sui PUC
Qui arriva il dettaglio che ribalta completamente la prospettiva.
Io ho una partita IVA attiva, aperta ormai da molti anni.
E secondo la normativa che regola i Progetti Utili alla Collettività, il Decreto del Ministero del Lavoro del 22 ottobre 2019 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’8 gennaio 2020 e consultabile su lavoro.gov.it), la partecipazione ai PUC è obbligatoria solo per chi è effettivamente “tenuto agli obblighi connessi al Reddito di Cittadinanza”, se non vieniva osservata il provvedimento decadeva.
La norma prevede chiaramente l’esonero per le persone occupate il cui reddito da lavoro autonomo superi i 4.800 euro annui, così come spiegato in dettaglio da fonti come informazionefiscale.it e ticonsiglio.com.
Chi ha un’attività autonoma sopra questa soglia non è obbligato a partecipare ai progetti comunali.
Per queste persone la partecipazione diventa facoltativa, quindi ho aderito volontariamente e fatto presente ai servizi sociali.
Questo significa una cosa semplice quanto disarmante: io non avevo alcun obbligo legale di essere in quell’aula fatiscente, né di prestare servizio nella biblioteca con i computer rotti.
Ci sono andato comunque, per scelta, portandomi dietro la preparazione e gli strumenti giusti. Mentre chi quell’obbligo lo aveva davvero, pena la perdita del sussidio economico, si è presentato senza nemmeno una penna in tasca.
Ribalta completamente la narrazione tipica su chi “approfitta” del sistema e chi no. Chi non aveva alcun dovere si è comportato con più serietà di chi rischiava concretamente una sanzione.

Cosa dicono davvero i numeri sul divario digitale in Italia
Questa storia personale non sarebbe interessante se fosse un caso isolato. Purtroppo i dati ISTAT più recenti confermano che la mediocrità digitale italiana è un fenomeno strutturale, non un’eccezione.
Secondo il report Cittadini e ICT pubblicato da ISTAT nell’aprile 2026, solo il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni ha competenze digitali almeno di base, con un incremento di 8,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Significa che quasi un italiano su due, in piena età lavorativa, fatica a usare in modo consapevole gli strumenti digitali.
L’obiettivo fissato dall’Unione Europea per il 2030, che punta all’80% della popolazione con competenze digitali di base, resta lontano, con un divario di oltre sei punti percentuali rispetto alla media europea.
Il dato più interessante per raccontare la scena vissuta in quell’aula riguarda il divario generazionale.
Sempre secondo ISTAT, tra i giovani di 20-24 anni il 71,7% possiede competenze digitali almeno di base.
Questa percentuale scende al 49,1% tra i 55-59enni e crolla al 27,4% tra le persone di 65-74 anni. Meno di un anziano su tre sa muoversi con sicurezza nel mondo digitale.
Sul fronte del possesso effettivo di un computer, i vecchi dati storici del digital divide italiano restano istruttivi: nelle famiglie composte esclusivamente da persone over 65, appena il 13,9% possiede un personal computer e solo l’11,8% dispone di una connessione internet.
Anche oggi, nonostante i progressi, il divario generazionale nell’accesso agli strumenti digitali resta enorme.
C’è poi un dato che chiude perfettamente il cerchio del discorso: secondo lo stesso report ISTAT 2025, il 79,1% delle persone accede a internet tramite smartphone, mentre solo il 54% lo fa tramite PC fisso o portatile.
Un italiano su quattro naviga esclusivamente dallo smartphone, senza mai toccare un computer vero.
Ecco spiegato perché, in un’aula convocata per un corso ufficiale, nessuno avesse pensato di portarsi nemmeno carta e penna: la maggior parte delle persone oggi gestisce la propria vita quotidiana interamente dal telefono, perdendo dimestichezza con strumenti che restano invece indispensabili per attività serie.
Il divario territoriale aggrava ulteriormente la situazione. Le regioni con la percentuale più bassa di famiglie connesse a internet sono Sicilia, con l’82,0%, Basilicata con l’81,8% e Calabria con l’80,1%, contro il 90% abbondante di Toscana e Trentino.
Il Mezzogiorno resta indietro di circa cinque punti percentuali rispetto al Centro-Nord, un ritardo che si mantiene stabile da anni, come conferma il report ISTAT consultabile su istat.it.

Perché lo smartphone non basta
Il punto centrale di questa vicenda non è la mancanza di soldi. Un computer funzionale, anche ricondizionato, come dimostra la mia stessa esperienza, costa poche centinaia di euro.
Il problema è che moltissime persone in Italia non hanno mai sviluppato l’abitudine di usare un computer per le cose che davvero contano.
Ci sono attività che con lo smartphone semplicemente non si possono fare bene. Un curriculum vitae va scritto con un programma di videoscrittura serio, con formattazione pulita e con la possibilità di esportarlo in PDF senza errori.
L’home banking e le operazioni legali richiedono autenticazioni multiple, firme digitali, gestione di documenti PEC, tutte operazioni che su un piccolo schermo touch diventano scomode e rischiose.
La scrittura di documenti strutturati, tabelle, relazioni lunghe, richiede una tastiera vera e uno schermo grande, non un pollice che scorre su un display da sei pollici.
E quando la memoria dello smartphone si riempie, l’unica soluzione reale è collegarlo a un computer per fare ordine e backup, cosa impossibile per chi un computer non ce l’ha mai avuto o non sa usarlo.
Chi vive esclusivamente dentro lo smartphone corre più veloce nella vita di tutti i giorni, ma resta fermo su tutto ciò che richiede competenza reale, strutturata e duratura.

Un sistema che si contraddice da solo
Quello che ho vissuto in prima persona racconta un paradosso su più livelli, tutti riconducibili alla stessa radice: la mancanza di previdenza e di cura da parte di chi dovrebbe organizzare le cose.
Il primo livello riguarda l’incuria strutturale della pubblica amministrazione.
Un’aula fatiscente, senza Wi-Fi, con un’illuminazione scarsa e un telone per le proiezioni tenuto su con delle cinghie di fortuna agganciate a una barra di ferro sottile, usata per insegnare proprio la sicurezza sul lavoro non è solo una semplice contraddizione… è mediocrità!
Il controsenso qui è quasi comico, se non fosse serio.
Il secondo livello è la negligenza comunicativa. Nessuno ha avvertito i partecipanti di portarsi carta e penna, un dettaglio talmente elementare che la sua assenza rivela una superficialità organizzativa totale da parte di chi gestiva l’iniziativa.
Il terzo livello, forse il più significativo, è l’atteggiamento remissivo di tanti partecipanti stessi.
Ci si è lamentati a voce, ma nessuno aveva un piano B, nessuno si era preparato all’eventualità più ovvia, quella di dover prendere appunti durante un corso.
Il quarto livello, quello che chiude il cerchio, riguarda la coerenza tra le premesse di un programma pubblico e la sua attuazione reale sul territorio.
Un programma pensato per reinserire le persone nella società e nel mondo del lavoro che si traduce, nella pratica, in un’aula pericolante seguita da un servizio in una biblioteca con i computer rotti. La forma esiste sulla carta, la sostanza si perde per strada.
La previdenza non è un lusso, è un dovere verso se stessi
La cosa che più mi ha colpito, ripensando a quella giornata, non è la mediocrità dell’organizzazione comunale, che purtroppo conoscevo già.
È stata la totale assenza di reazione da parte delle persone coinvolte. Nessuno si era chiesto, anche solo per un momento, cosa sarebbe potuto servire quel giorno. Nessuno aveva un margine di autonomia per risolvere il problema da solo.
Questo è il vero cuore del divario digitale italiano, ed è molto più preoccupante della semplice mancanza di dispositivi. Non si tratta soltanto di chi non possiede un computer per motivi economici.
Si tratta della massa di persone che un computer in casa ce l’ha, magari lo usa per guardare serie tv la sera, ma non lo sa usare per niente che abbia davvero valore pratico. Persone digitalmente equipaggiate ma funzionalmente disarmate.
La previdenza non costa nulla. Portarsi un quaderno a un corso non costa nulla. Informarsi prima su cosa servirà per una giornata di lavoro o di formazione non costa nulla.
È una questione di mentalità, di abitudine a pensare in anticipo, di rispetto verso se stessi prima ancora che verso gli altri. E questa mentalità, purtroppo, in Italia è merce sempre più rara.
Cosa serve davvero per colmare il divario
I dati ISTAT lo confermano: l’Italia ha fatto progressi negli ultimi anni sull’accesso a internet e sulle competenze digitali di base, ma resta ancora lontana dagli obiettivi europei fissati per il 2030.
Il problema non si risolve solo con incentivi economici per l’acquisto di dispositivi, che pure servono nelle famiglie realmente in difficoltà.
Serve un cambio di approccio culturale, che parta dalle scuole ma coinvolga anche gli adulti, i lavoratori, gli enti pubblici che organizzano corsi e servizi.
Serve soprattutto che chi organizza iniziative pubbliche, come nel caso dei PUC legati al Reddito di Cittadinanza, si assuma la responsabilità di comunicare in modo chiaro cosa serve portare, garantisca aule sicure e funzionali, e verifichi che gli strumenti messi a disposizione dei cittadini, penso ancora ai computer rotti della biblioteca comunale, funzionino davvero.
Nel frattempo, la lezione più semplice resta quella che ho applicato io quel giorno di febbraio, senza pretese di essere un esempio da manuale: bastano un minimo di previdenza, uno strumento adeguato anche se economico, e la volontà di non restare fermi ad aspettare che qualcun altro risolva il problema al posto tuo.
Il resto, come dimostrano i dati e come dimostra questa storia, è solo questione di mediocrità diffusa che nessuno ha ancora deciso seriamente di combattere.
Fonti consultate: report ISTAT Cittadini e ICT 2025 su istat.it, Decreto Ministero del Lavoro 22 ottobre 2019 sui Progetti Utili alla Collettività su lavoro.gov.it, approfondimenti normativi su informazionefiscale.it e ticonsiglio.com.
Fonti e citazioni
- Report ISTAT Cittadini e ICT 2025
https://www.istat.it/comunicato-stampa/cittadini-e-ict-anno-2025/ - Decreto del Ministero del Lavoro 22 ottobre 2019 sui Progetti Utili alla Collettività (PUC)
https://www.lavoro.gov.it/redditodicittadinanza/Documenti-norme/Documents/DM-22-10-2019.pdf - Gazzetta Ufficiale, pubblicazione dell’8 gennaio 2020 del suddetto decreto
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/01/08/20A00100/sg - Informazione Fiscale, approfondimento sugli obblighi e le esenzioni PUC
https://www.informazionefiscale.it/lavori-pubblica-utilita-obblighi-reddito-di-cittadinanza-puc-comuni-ore
Share this content:
