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Schiavi dello smartphone: come produttori, app e governi ti vendono la libertà che ti hanno tolto

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Ti dicono che sei protetto… se se… panzane!

Ti dicono che la tua privacy conta, che il tuo telefono e sicuro, che la legge ti tutela.

Poi guardi i fatti, quelli veri, quelli con data e fonte verificabile, e scopri che ogni singola promessa regge finché non la metti alla prova.

Questa non è un’opinione buttata lì.

È un’inchiesta su tre livelli di responsabilità che si tengono per mano: chi progetta l’hardware per farlo morire in fretta, chi scrive il software per succhiarti dati senza che tu te ne accorga davvero, e chi dovrebbe fermare entrambi e invece arriva quasi sempre dopo, con multe che il mercato assorbe come un graffio su una carrozzeria.

Il filo che lega questi tre livelli è sempre lo stesso: la distanza tra quello che viene promesso e quello che viene consegnato.

E alla fine di questo pezzo trovi anche una risposta concreta a questa distanza, non uno sfogo in più.

A fine articolo troverete l’abbozzo di un progetto che potrebbe essere realtà, che dimostra che l’alternativa non è un’utopia da tavolo di design: e una scelta industriale precisa che nessuno, tra i grandi nomi del settore, ha interesse a fare.

Ed è un pratico esempio di quanto io personalmente sia davvero stufo di trovare sul mercato solo autentica spazzatura fatta passare per falsa innovazione.

Primo fronte: i produttori e la fabbrica dell’obsolescenza programmata degli smartphone

Nel 2018 l’Autorita Garante della Concorrenza e del Mercato ha fatto qualcosa che nessun regolatore al mondo aveva mai fatto prima.

Ha multato Apple e Samsung per obsolescenza programmata, rispettivamente per 10 e 5 milioni di euro, come racconta Diritto dell’Informatica.

L’accusa era precisa: aggiornamenti software distribuiti senza informare adeguatamente gli utenti, capaci di rallentare dispositivi ancora perfettamente funzionanti e spingere così l’acquisto del modello successivo.

È stata la prima decisione al mondo su questo tema specifico, e resta ancora oggi un caso di scuola citato in tutta la letteratura sul diritto dei consumatori.

Sette anni dopo, la sostanza non e cambiata granchè, tutt’altro!

Infatti uno studio dell’Università Bocconi, firmato dalle ricercatrici Nicoletta Corrocher e Sara Paganuzzi, ha analizzato nel dettaglio il mercato italiano degli smartphone e ha mostrato che uno smartphone su tre viene sostituito entro pochi anni, spesso quando e ancora perfettamente funzionante.

Il problema, secondo lo studio, non e soltanto tecnologico: e strutturalmente anche psicologico, costruito attraverso strategie di marketing pensate apposta per generare insoddisfazione verso un dispositivo che funziona ancora benissimo.

Eppure vi garantisco che conosco molte persone che lo smartphone in uso se lo terrebbero per parecchi anni.

I numeri ambientali di questa strategia sono, a essere onesti, devastanti… per non dire vergognosi.

Il Global E-Waste Monitor delle Nazioni Unite, realizzato da ITU e UNITAR e ripreso da Erion WEEE e da Recycling Industry, ha certificato che nel 2022 sono stati generati nel mondo 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, un record assoluto, in crescita dell’82% rispetto al 2010.

Di questi, soltanto il 22,3% è stato correttamente raccolto e riciclato.

Le proiezioni per il 2030 parlano di 82 milioni di tonnellate, con un tasso di riciclo destinato addirittura a scendere al 20%, perché la produzione di rifiuti elettronici cresce cinque volte più velocemente della capacità reale di riciclarli.

Anche il Parlamento Europeo conferma la traiettoria: la quantita di apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato europeo e passata da 7,6 milioni di tonnellate nel 2012 a 13,5 milioni di tonnellate nel 2021, con una crescita che negli anni ha costantemente superato quella della raccolta differenziata dedicata al loro smaltimento corretto.

E qui arriva il dato che fa più male, quello che spiega perché così tante persone rinuncino a riparare invece di ricomprare.

Secondo le associazioni europee riunite nella coalizione Right to Repair Europe, riprese nell’approfondimento di Eywa Divulgazione, sostituire lo schermo di uno smartphone, oltre che essre difficoltoso per un utente comune, può costare fino all’80% del prezzo del dispositivo nuovo.

Non è un incidente di mercato, e un disincentivo strutturale alla riparazione, costruito con precisione attraverso tre meccanismi che la stessa coalizione denuncia da anni: componenti incollati invece che avvitati, prezzi dei ricambi sproporzionati rispetto al loro costo reale, manuali tecnici e strumenti diagnostici riservati ai soli centri autorizzati, con i riparatori indipendenti tenuti fuori.

Qualcosa, sulla carta, sta finalmente cambiando

Il 27 settembre 2026 entra in vigore in tutta l’Unione Europea la direttiva 2024/1799 sul diritto alla riparazione, che l’Italia dovra recepire entro il 31 luglio 2026 secondo quanto riportato da Fanpage e da Rigeneriamo il Territorio.

La norma obbliga i produttori a garantire ricambi per smartphone e tablet fino a sette anni, un indice di riparabilità obbligatorio da 0 a 10 in etichetta, come spiega EcoCalcolo, e un’estensione di dodici mesi di garanzia per ogni prodotto riparato invece che sostituito.

A questa si affianca il Regolamento UE 2023/1542 sulle batterie, approfondito da Digitale Popolare e da Duduu, che impone la rimovibilita delle batterie portatili con strumenti comuni entro standard di durabilita precisi.

Sono passi veri, e sarebbe disonesto negarlo. Ma bastano davvero a fermare un modello di business che, come denunciano da anni i riparatori indipendenti, si regge proprio sul ciclo continuo di sostituzione?

La stessa Eywa Divulgazione (non la stessa Eywa sul pianeta Pandora del film Avatar, ben inteso 😁), nel suo approfondimento sul recepimento italiano della norma, riconosce che la resistenza dei produttori si manifesta ancora su tre fronti precisi: il design dei dispositivi, i prezzi dei ricambi, e l’accesso limitato alle informazioni tecniche.

La legge può imporre la riparabilità sulla carta. Non può imporre la volontà reale di renderla conveniente per chi la richiede.

Secondo fronte: le app, i tracker nascosti, e il mercato dei tuoi spostamenti

Qui il quadro e ancora più inquietante, perché non riguarda più un pezzo di plastica che si rompe prima del tempo.

Riguarda direttamente te: dove vai, con chi stai, cosa fai, cosa temi, quali luoghi frequenti quando pensi che nessuno ti stia guardando.

Exodus Privacy, piattaforma no profit francese che analizza il codice sorgente delle app Android alla ricerca di librerie di tracciamento nascoste.

Ha documentato pubblicamente, come racconta Android Authority, casi di applicazioni, anche a pagamento, con oltre venti e in alcuni casi oltre trenta tracker pubblicitari e di analisi comportamentale integrati direttamente nel codice.

Il che già di per sé è vergognoso perché è la prova lampante che non siamo mai realmente tranquilli e al sicuro.

Un approfondimento di Webnews racconta come, in un test condotto su circa cento app installate su un solo telefono, la scansione completa abbia richiesto appena tre minuti per rivelare l’intera mappa dei tracker nascosti.

Il Play Store, va detto con chiarezza, non segnala nulla di tutto questo nella scheda del prodotto.

Lo strumento nasce apposta per colmare quel vuoto di trasparenza che l’informativa privacy, letta di fretta da praticamente nessuno, dovrebbe garantire e nella pratica quotidiana non garantisce affatto, come conferma anche Telefonino.net.

Il mercato industriale dei tuoi spostamenti

Ma il vero salto di scala arriva dal mercato dei data broker, la filiera industriale che compra, aggrega e rivende i dati di localizzazione raccolti dalle app tramite SDK pubblicitari installati nel codice.

Secondo l’analisi di Proton, il mercato globale dei data broker valeva circa 270 miliardi di dollari nel 2024 ed e previsto superare i 470 miliardi entro il 2032, gestito da una filiera frammentata di circa 5.000 aziende sparse nel mondo, molte delle quali operano con scarsissima trasparenza verso l’utente finale.

Il caso più grave emerso di recente e quello di Gravy Analytics e della sua controllata Venntel, colpite da un’azione storica della Federal Trade Commission statunitense.

Secondo la denuncia della FTC, ripresa da ICT Security Magazine, le due società raccoglievano ed elaboravano oltre 17 miliardi di segnali di localizzazione al giorno provenienti da circa un miliardo di dispositivi mobili, dati tutt’altro che anonimi e perfettamente in grado di identificare i singoli consumatori.

La contestazione più pesante riguarda l’uso sistematico del geofencing, la creazione cioe di confini geografici virtuali attorno a luoghi sensibili, per identificare e vendere elenchi di persone che avevano frequentato strutture legate a condizioni mediche specifiche o luoghi di culto.

Il provvedimento della FTC, finalizzato a fine 2024 e approfondito da PrivacyOn, vieta ora a queste aziende di vendere dati di localizzazione sensibili se non in circostanze limitate legate a sicurezza nazionale o forze dell’ordine.

Non e un problema che riguarda soltanto i civili distratti, ben inteso.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti, USCENTCOM, ha ammesso ufficialmente, come racconta TecnoAndroid, di aver ricevuto segnalazioni concrete sull’uso di questi stessi dati commerciali di localizzazione da parte di avversari per individuare e sorvegliare personale militare americano nei teatri operativi, secondo quanto reso pubblico dal senatore Ron Wyden.

Gli stessi dati che seguono un civile qualunque da un bar a un centro commerciale, comprati liberamente sul mercato, possono in teoria tracciare un soldato in una zona di guerra attiva.

Quando la sorveglianza commerciale e quella militare finiscono per attingere alla stessa identica fonte, il concetto stesso di dato innocuo smette di avere senso.

Questo è il punto centrale che nessun produttore ammette mai apertamente nelle proprie campagne pubblicitarie sulla sicurezza: la raccolta dati non è un effetto collaterale sfortunato del software moderno, è una caratteristica strutturale del modello di business.

Perfino Apple, che si costruisce da anni un’immagine pubblica di paladina della privacy contro la concorrenza, dichiara nella propria documentazione ufficiale, come riporta ancora ICT Security Magazine, che durante gli spostamenti l’iPhone invia periodicamente dati GPS, velocita e direzione di marcia.

È un approfondimento del Corriere della Sera ripreso da The Social Post firmato da Milena Gabanelli e Simona Ravizza spiega con chiarezza il meccanismo tecnico: la posizione del telefono viene determinata tramite GPS, celle telefoniche e reti Wi-Fi, e moltissime app includono nel proprio codice moduli SDK che inviano automaticamente queste coordinate direttamente ai data broker, spesso senza che l’utente abbia la minima consapevolezza (o autorizzazione) di cosa stia realmente accadendo dietro un semplice tocco su “accetta”.

Terzo fronte: i governi che scrivono regole severe e le fanno rispettare tardi, o quasi mai

Il GDPR ha da poco compiuto sette anni di applicazione piena.

Secondo l’analisi del CMS GDPR Enforcement Tracker Report e i dati raccolti da Frareg, le sanzioni complessive irrogate dai garanti europei hanno superato i 7,1 miliardi di euro a livello continentale, come conferma anche l’analisi aggiornata di Kiteworks.

I numeri, letti da soli, fanno davvero impressione.

Meta ha ricevuto una sanzione da 1,2 miliardi di euro nel 2023 per trasferimento illecito di dati dall’Unione Europea agli Stati Uniti, la multa GDPR più alta mai comminata nella storia del regolamento, secondo quanto documentato da Termly.

TikTok ha ricevuto 345 milioni di euro nel 2023 per la gestione dei dati dei minori di tredici anni, con account impostati pubblici di default, e poi altri 530 milioni di euro nel 2025 per il trasferimento illegale di dati verso la Cina, come racconta nel dettaglio ICT Security Magazine.

Meta è stata colpita ancora, questa volta dalla Commissione Europea, con 200 milioni di euro nel 2025 per il modello pay or okay, giudicato in violazione del Digital Markets Act, secondo l’analisi di i-law Studio Legale.

In Italia, il Garante Privacy ha sanzionato OpenAI per 15 milioni di euro per le carenze di trasparenza di ChatGPT e per l’assenza di sistemi efficaci di verifica dell’età, e Replika per 5 milioni di euro per il trattamento illecito di dati di utenti minorenni, come riepiloga sempre Frareg.

Eppure lo stesso ambiente professionale che monitora questi numeri ogni giorno, Federprivacy, si pone apertamente la domanda più scomoda di tutte: sette anni di applicazione e oltre sei miliardi di euro di sanzioni non hanno portato ai risultati auspicati.

Le aziende più grandi assorbono multe miliardarie come un costo operativo prevedibile, fanno quasi sempre ricorso, e nel frattempo il modello di business che ha generato la violazione resta in piedi, quasi sempre intatto e redditizio.

Il ricorso di TikTok davanti alla High Court irlandese sulla sanzione da 530 milioni, come racconta Federprivacy, è atteso proprio nel corso del 2026, e definira se il pendolo normativo continuera a stringere davvero o se troverà nuovi spazi di compromesso con le grandi piattaforme.

Nel frattempo, mentre in Europa si discute animatamente di enforcement e di efficacia delle sanzioni, negli Stati Uniti il mercato dei data broker resta in gran parte privo di una cornice normativa federale unica paragonabile al GDPR, frammentato tra leggi statali profondamente diverse tra loro, come conferma la stessa Proton nella sua analisi approfondita del settore.

E anche in Europa, come ricorda Federprivacy in una guida rivolta ai cittadini, il consiglio pratico che resta alla fine di tutto questo è desolante nella sua semplicita: disattivare la geolocalizzazione quando non serve davvero, perché la protezione normativa, per quanto scritta bene sulla carta, arriva sempre un passo dopo la violazione, mai un passo prima.

Il quarto ingranaggio: il consenso che non e mai stato un vero consenso

C’e un ultimo tassello che tiene insieme tutto il sistema descritto finora, ed è il modo stesso in cui viene chiesto, o meglio strappato, il consenso all’utente. La CNIL francese ha multato Google proprio per non aver fornito agli utenti un modo semplice per rifiutare i cookie, come ricorda Termly nella propria panoramica sulle sanzioni GDPR più rilevanti.

Il meccanismo è sempre lo stesso, riconoscibile in decine di app e siti diversi: accettare tutto richiede un solo tocco, rifiutare richiede di navigare tra due o tre schermate secondarie scritte apposta con un linguaggio tecnico e scoraggiante.

Nel gergo del settore si chiama “dark pattern”, interfaccia progettata deliberatamente per confondere chi la usa, e non è un dettaglio estetico: e una tecnica di persuasione studiata a tavolino, con test ripetuti fino a trovare la formulazione che genera il maggior numero di accettazioni involontarie.

In pratica sfruttano l’ingenuità generale delle persone.

Il modello pay or okay adottato da Meta, già citato in questa inchiesta a proposito della sanzione da 200 milioni di euro della Commissione Europea, è la versione più esplicita e più cinica di questo meccanismo: o accetti la profilazione pubblicitaria completa, oppure paghi un abbonamento mensile per lo stesso servizio che fino a ieri era gratuito.

Non è più un consenso, è un ricatto economico mascherato da scelta libera, ed e proprio per questo che la Commissione Europea lo ha giudicato in violazione del Digital Markets Act, secondo l’analisi già citata di i-law Studio Legale.

Il punto e che questo genere di pratiche non nasce per caso, è il risultato naturale di un intero settore che ha imparato a monetizzare ogni singolo secondo di attenzione umana, e che continuerà a farlo finché il costo di una sanzione restera più basso del profitto generato dalla violazione stessa.

Resta però il fatto concreto che l’utente è prigioniero di tutto questo schifo è non è una cosa normale.

La domanda che nessuno vuole farsi davvero

Se la sicurezza viene venduta come valore premium e poi sistematicamente tradita nei fatti, se la riparabilità viene imposta per legge solo dopo un decennio di resistenza industriale organizzata, se le sanzioni miliardarie non riescono a cambiare il modello di business che le genera in primo luogo, allora il problema non è più correggibile soltanto con nuove regole scritte meglio.

Serve un’alternativa che dimostri, nei fatti concreti e non nelle intenzioni dichiarate, che si può progettare un dispositivo diverso, fin dal primo schizzo su carta.

Una proposta concreta: cosa succede se il dispositivo torna al servizio della persona

Da qui nasce il concept che ho chiamato semplicemente “Comlink Pro” (nome non ancora definitivo).

Non è un prodotto in vendita, non e una promessa di marketing travestita da rendering accattivante: è uno schema tecnico completo, pensato voce per voce, componente per componente, che ribalta ogni singolo punto critico documentato in questa inchiesta.

Inutile dire che, come ogni cosa sul mio blog, anche tale concept è protetto da copyright; pertanto, qualsiasi utilizzo improprio o non autorizzato sarà perseguito per legge.

Contro l’obsolescenza e la non riparabilità

Batteria da 8000 mAh sostituibile direttamente dall’utente con viti Torx a vista, non incollata al telaio come avviene nella stragrande maggioranza dei dispositivi oggi in commercio.

Moduli indipendenti e sostituibili singolarmente, dalla fotocamera al modulo radio, dalla connettivita alla porta USB-C, in modo che il guasto di un singolo componente non significhi più buttare via l’intero dispositivo.

Cover posteriore in alluminio 7075 completamente rimovibile, frame centrale sempre in alluminio, manuali di riparazione pensati per essere pubblici fin dal lancio, non rilasciati anni dopo sotto la pressione di una direttiva europea.

E esattamente il principio che la direttiva 2024/1799 chiede ai produttori di garantire entro il 2026, applicato però come scelta di progettazione fin dal primo giorno, non come obbligo normativo subito con anni di ritardo e resistenza.

Contro la sorveglianza travestita da funzionalità

Ho deciso per ora di omettere il nome del sistema operativo dedicato, per ora identificato con il nome provvisorio scherzoso “VAL OS”, basato su AOSP completamente mondato dai servizi Google e dalle loro dipendenze di rete, Totalmente codice Open Source e auditabile riga per riga da chiunque abbia le competenze per farlo, con il firmware del modem radio isolato e verificabile separatamente dal resto del sistema operativo ma ogni firmware è sempre a codice aperto.

Cifratura hardware AES 256, secure boot, e un kill switch fisico capace di disattivare in un solo gesto ogni trasmissione radio del dispositivo.

Una modalità “blackout” pensata apposta per lo scenario di emergenza, con soli GPS e comunicazione radio VHF/UHF attivi, il contrario esatto della logica always-on always-tracking che tiene in piedi l’intero mercato dei data broker descritto in questa inchiesta.

Contro l’isolamento dalle reti quando serve comunicare davvero

Ricetrasmittente VHF UHF dual band integrata, sulle bande 136 174 MHz e 400 470 MHz, con antenna telescopica estraibile fino a 26 centimetri, oltre a una ricezione radio AM FM completamente indipendente anche a dispositivo spento.

In uno scenario di emergenza reale, una catastrofe naturale, un blackout delle reti cellulari, o semplicemente una zona priva di copertura come capita spesso lontano dai grandi centri urbani, questo non è un vezzo estetico da concept futuristico pensato per non solo per stupire ma per rendere l’utente davvero al sicuro e al riparo da chiunque.

E l’unica funzione che nessuno smartphone commerciale oggi in vendita offre in modo nativo, per il semplice motivo che nessun produttore ha interesse economico a costruire un dispositivo capace di funzionare bene anche quando la rete, quella stessa rete che genera i dati da vendere ai data broker, semplicemente non c’è.

Quattro modalità, quattro risposte a quattro scenari reali

Il concept prevede quattro modalità operative distinte, e ciascuna risponde direttamente a uno dei problemi documentati in questa inchiesta.

La modalità “stealth” disattiva completamente ogni trasmissione radio del dispositivo, cellulare, Wi-Fi e Bluetooth compresi, per chi ha bisogno della certezza assoluta di non essere localizzabile, non della semplice promessa di un’app che dice di averlo fatto e invece si è sempre vittime di una menzogna.

La modalità radio mantiene attiva soltanto la ricetrasmittente VHF UHF, tagliando fuori ogni altra forma di connettività che potrebbe generare traffico dati verso terzi.

La modalità “blackout”, pensata per l’emergenza reale, lascia attivi solo GPS e radio, il minimo indispensabile per essere raggiunti e per orientarsi quando tutto il resto smette di funzionare.

La modalità “full” attiva tutte le funzioni per l’uso quotidiano, ma sempre sopra un sistema operativo dove ogni permesso e visibile, auditabile, e revocabile con un tocco, non nascosto in fondo a un menu di terzo livello come accade nella maggior parte dei sistemi commerciali oggi in circolazione.

In altre parole già di partenza il dispositivo non ha e non avrà mai nulla di tracciante.

Anche il doppio display posteriore risponde a un problema concreto già descritto in questa inchiesta: la trasparenza.

Mostra in tempo reale la frequenza radio attiva, lo stato della batteria, la potenza del segnale in ricezione e trasmissione, senza dover sbloccare il dispositivo o aprire un’app dedicata.

È l’opposto esatto della logica delle app che raccolgono dati in background senza mostrare mai all’utente cosa stiano facendo in quel preciso momento.

Qui, semplicemente, vedi sempre cosa sta succedendo, perché la trasparenza reale comincia dall’interfaccia, prima ancora che dal codice sorgente.

Conclusione

Non ti sto chiedendo di indignarti soltanto e poi richiudere la pagina.

Ti sto mostrando dati verificabili, ciascuno con una fonte e una data precisa, che raccontano tre livelli di un unico sistema coerente: chi produce l’hardware ti vende un oggetto pensato fin dal principio per morire in fretta, chi scrive le app ti vende come prodotto senza dirtelo con la chiarezza che meriteresti, chi dovrebbe proteggerti arriva quasi sempre in ritardo, con sanzioni che il colosso di turno considera ormai un semplice costo di esercizio da mettere a bilancio.

L’alternativa esiste e la sto progettando, sulla carta e nella tecnica, dettaglio dopo dettaglio.

La domanda vera, quella che nessuno dei grandi produttori vuole davvero porsi, non e se sia possibile costruire un dispositivo libero, riparabile, sicuro per davvero.

È perché, con tutte le risorse e le competenze che hanno a disposizione, nessuno di loro lo abbia ancora fatto sul serio.

Ma la motivazione di fondo si capisce senza tanti fronzoli… tenere in pugno le persone per puro interesse commerciale trattando le persone come un prodotto, togliendoci di conseguenza la dignità e la privacy che ci spetta di diritto fin dal principio.

In ogni caso non è nemmeno giusto essere schiavi costantemente di un dispositivo che è uno strumento e tale deve rimanere. Chiaro?

Siete d’accordo? Fatemelo sapere nei commenti o scrivetemi pure una mail a: info@valentinomannara.it.

Fonti citate in questo articolo: Diritto dell’Informatica, Università Bocconi, Erion WEEE, Recycling Industry, Parlamento Europeo, Right to Repair Europe via Eywa Divulgazione, Fanpage, Rigeneriamo il Territorio, EcoCalcolo, Digitale Popolare, Duduu, Exodus Privacy via Android Authority, Webnews e Telefonino.net, Proton, ICT Security Magazine, TecnoAndroid, PrivacyOn, Corriere della Sera via The Social Post, Frareg, Kiteworks, Termly, i-law Studio Legale, Federprivacy.

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