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Smartphone con la memoria piena, solito dilemma di fine ferie: niente backup di foto e video. Perché?

smartphone memoria piena

Migliaia di scatti delle vacanze si sono già riversati automaticamente su Google Foto, e con loro è arrivata puntuale la notifica che tutti conosciamo: spazio di archiviazione esaurito.

Un classico, no? Eppure molti non hanno capito nulla e i fatti lo dimostrano.

La reazione tipica, infatti, è sempre la stessa, la sento ripetere in continuazione, tra amici, clienti, lettori: “eh, lo so.” e lì, ve lo assicuro, mi cascano le braccia.

Detto con rassegnazione, come si parla di una bolletta che aumenta ogni anno senza che nessuno possa farci niente.

E poi, quasi sempre, non si fa niente sul serio. Ma ecco che arriva il circolo vizioso.

Ovvero che si tiene lo smartphone sempre stracarico di foto e video, ma in casi più rari si paga l’upgrade di Google Foto, oppure si cancellano malvolentieri due o tre foto per guadagnare qualche megabyte (forse), e si rimanda il problema vero a un altro anno.

Quella frase, “eh lo so” (a parte gli accidenti che mi verrebbe da lanciargli), meriterebbe più attenzione di quanta gliene diamo di solito. È pigrizia, o almeno non è solo quello.

È il sintomo di un problema che nessuno ha davvero spiegato per intero: quello che chiamiamo comodamente “cloud” non è un servizio neutro che ti fa un favore disinteressato.

È un’infrastruttura che ha tutto l’interesse a farti restare dentro, a farti dipendere sempre di più, e a farti pagare progressivamente di più per continuare a farlo.

E, come vedremo, il prezzo cosiddetto economico è probabilmente il problema minore dei due, perché sostanzialmente la gente fa di tutto invece per non pagare giustamente un servizio.

In questo articolo voglio affrontare la questione da entrambi i lati, quello che quasi tutti conoscono, il costo crescente degli abbonamenti, e quello che quasi nessuno considera davvero fino a quando non gli capita addosso.

Ovvero, cosa succede ai tuoi contenuti una volta che finiscono su un server che non controlli e cosa fare per riprendersi il controllo con un cloud privato personale.

Il conflitto d’interessi che nessuno nomina ad alta voce

Proviamo a essere onesti su un punto che raramente viene detto in modo così diretto: quando Google ti avvisa che lo spazio è esaurito, quella notifica non è pensata per aiutarti a risolvere il problema.

È pensata per venderti un abbonamento.

I numeri raccontano bene la traiettoria degli ultimi anni.

Per lungo tempo il listino di Google One è rimasto stabile, con cifre contenute: circa 2 euro al mese per 100 GB, 3 euro per 200 GB, 9 euro per 2 TB.

Nel 2026 Google ha ridisegnato completamente l’offerta, rinominandola “Google AI Pro” e legandola a doppio filo ai servizi di intelligenza artificiale Gemini.

Oggi il piano da 2 TB costa tra i 99,99 e i 219,99 euro l’anno, a seconda che si rientri o meno nelle promozioni riservate al primo anno di sottoscrizione.

Ed è proprio qui che va fatta attenzione, perché è un meccanismo da manuale dei dark pattern che chi segue questo blog conosce già bene: nelle offerte “primo anno” il prezzo raddoppia puntualmente al momento del rinnovo.

Ti agganciano con una cifra bassa, ti abitui al servizio, costruisci intorno ad esso le tue abitudini quotidiane, e quando meno te lo aspetti la stessa identica cosa costa il doppio.

Chi non se ne accorge in tempo, semplicemente continua a pagare, magari senza nemmeno rendersene conto, perché il rinnovo è automatico e la carta di credito è già collegata.

C’è anche un’attualità che rende questo discorso ancora più concreto proprio in questi giorni, se stai leggendo questo articolo a ridosso della pubblicazione.

Google ha comunicato che dal 23 agosto 2026 scatta un aumento di prezzo per gli abbonamenti mensili di Google One sottoscritti tramite App Store Apple, con una finestra di pochissimi giorni per disdire prima che il nuovo prezzo venisse applicato automaticamente al rinnovo successivo.

Un promemoria molto concreto di quanto poco margine di manovra reale abbia, alla fine, chi si affida esclusivamente a questo tipo di servizio.

E posso capire chiunque, se scatta la rabbia, ci sono passato pure io.

Va detto per correttezza che Google ha anche lanciato, nel corso del 2026, promozioni aggressive con sconti fino al 50% sui piani annuali riservati ai nuovi abbonati, in un contesto che diversi osservatori hanno descritto come una vera e propria corsa competitiva per bloccare gli utenti nel proprio ecosistema prima che si guardino intorno.

E c’è molta gente, infatti, che si sta svegliando ed è stanca di farsi prendere in giro dalle big tech.

È una strategia commerciale legittima, va detto con chiarezza per rigore, ma resta comunque una strategia pensata per massimizzare la permanenza nell’ecosistema, non per risolvere il problema di fondo di chi si ritrova con la memoria piena.

Per carità, non fraintendetemi… non è un’accusa di malafede fine a sé stessa, né un’accusa rivolta esclusivamente a Google: è semplicemente la logica di qualsiasi azienda quotata in borsa che vende storage in abbonamento.

Più resti, più paghi, meglio è per gli azionisti.

Il problema è che a nessuno viene spiegato con chiarezza, e la sensazione rassegnata di “eh lo so” diventa l’anestetico perfetto per continuare a pagare senza fare troppe domande.

Cosa significa davvero “ostaggio digitale”

C’è un’espressione che rende bene l’idea di quello che succede quando la tua vita digitale finisce interamente dentro un solo ecosistema: “ostaggio digitale”.

Non ti tengono con la forza. Ti tengono rendendo l’uscita più faticosa, più costosa e più rischiosa di quanto valga la pena affrontare nella pratica quotidiana.

Pensaci un attimo, seriamente: email, foto di famiglia, contatti, autenticazione a due fattori per decine di altri servizi, acquisti, documenti di lavoro, ricordi che non esistono in nessun’altra copia.

Tutto dentro lo stesso account, tutto interconnesso.

Il giorno in cui decidessi davvero di andartene, dovresti riorganizzare praticamente ogni aspetto della tua vita digitale in un colpo solo, e nella maggior parte dei casi questo scoraggia in partenza anche solo il tentativo.

Ed è proprio questo attrito, calcolato e non affatto casuale, il vero prodotto che viene venduto quando si parla di cloud gratuito o quasi gratuito: non lo storage in sé, ma la tua permanenza nel tempo.

È lo stesso identico meccanismo che si osserva studiando i dark pattern più aggressivi nel commercio digitale: l’abbonamento che non riesci a disdire con facilità, l’esportazione dei dati resa macchinosa apposta per scoraggiarti, il formato proprietario che non dialoga con nient’altro all’esterno.

Nel cloud personale, la trappola è ancora più subdola perché si maschera da semplice comodità: “tutto sincronizzato, tutto automatico, non devi nemmeno pensarci.”

Ma più tutto è automatico e invisibile, meno controllo hai davvero, nella pratica, su dove finiscono i tuoi dati e su chi può accedervi.

E di certo non ti consiglio di fare foto osé o comunque spinte, visto che la tua privacy va letteralmente a farsi benedire, specialmente se hai la funzione di backup automatico su Google Foto.

Il problema non è solo il prezzo. È l’accesso reale ai tuoi contenuti

Qui arriva la parte che, a conti fatti, è più grave del semplice costo dell’abbonamento annuale.

Google Foto, Google Drive e Gmail non utilizzano la crittografia end-to-end.

In pratica questo significa, come spiegano diversi analisti indipendenti del settore, che Google ha tecnicamente accesso ai contenuti che carichi sui suoi server.

Non è un’illazione o un sospetto complottista, è un dato tecnico che la stessa azienda non nasconde all’interno delle proprie policy ufficiali: i dati sono cifrati “in transito” e “a riposo” sui loro server, come dichiarato nella normativa sulla privacy di Google, ma le chiavi di decifrazione restano nelle mani di Google, non esclusivamente nelle tue.

Con la crittografia end-to-end vera e propria, quella che usano ad esempio alcuni servizi concorrenti pensati fin dall’origine per la privacy, nemmeno il fornitore del servizio potrebbe leggere i tuoi file, perché le chiavi di decifrazione esistono soltanto sul tuo dispositivo personale.

slide proton

E qui vale la pena citare i servizi di Proton che feci mesi fa cliccando qui e la cifratura invece è già integrata, al contrario dei servizi Google.

Nel caso di Google, questo scudo tecnico semplicemente non esiste per la libreria fotografica standard, e nemmeno per la cosiddetta “Cartella protetta” pensata per nascondere contenuti sensibili, che resta comunque regolata dalla policy generale sulla privacy e non offre una vera cifratura separata end-to-end.

Questa distinzione tecnica non è un dettaglio riservato agli addetti ai lavori.

È la differenza concreta tra “i miei dati sono al sicuro da terzi malintenzionati” e “i miei dati sono al sicuro da terzi malintenzionati, tranne che dal proprietario stesso del servizio, il quale può analizzarli in qualsiasi momento secondo le proprie policy.”

E quando qualcosa va storto all’interno di questo sistema, le conseguenze possono essere devastanti per la vita di una persona comune, non solo teoricamente sgradevoli.

Non parlo di un’ipotesi astratta costruita a tavolino per fare notizia: è successo davvero, è stato documentato dalla stampa internazionale più autorevole, ed è il cuore di questa inchiesta.

Il caso “Mark”: quando l’algoritmo di Google sbaglia e nessuno è disposto ad ascoltarti

Nel febbraio 2021, in piena pandemia da Covid-19, un padre americano, che la stampa internazionale ha scelto di identificare solo con il nome di fantasia Mark per tutelarne la reputazione, nota un’infezione all’inguine del figlio piccolo.

Su indicazione di un’infermiera, in vista di una consulenza medica a distanza resa necessaria dalle restrizioni sanitarie di quel periodo storico, scatta alcune foto della zona interessata con il proprio smartphone Android e le invia al pediatra tramite Gmail.

Il medico effettua la diagnosi a distanza, prescrive gli antibiotici necessari, il bambino guarisce nel giro di pochi giorni.

Fino a questo punto, una vicenda ordinaria vissuta da migliaia di famiglie in tutto il mondo durante quei mesi di emergenza sanitaria.

Due giorni dopo, però, l’algoritmo di rilevamento automatico di Google classifica quelle immagini come materiale di abuso sessuale su minori, comunemente indicato con l’acronimo CSAM.

La conseguenza è immediata e totale: tutti gli account dell’uomo vengono disattivati, Gmail, foto, contatti, persino il numero di telefono legato al servizio Google Fi.

Il caso viene trasmesso automaticamente al National Center for Missing and Exploited Children, che a sua volta coinvolge la polizia di San Francisco.

Vengono autorizzate perquisizioni domestiche.

Mark si ritrova indagato per un reato gravissimo che non ha mai commesso, con tutto ciò che questo comporta a livello personale, familiare e reputazionale.

Le indagini si chiudono in tempi relativamente rapidi e lo scagionano completamente: nessun reato, nessuna intenzione criminosa, nessun comportamento illecito da parte sua.

A questo punto, verrebbe naturale aspettarsi una correzione tempestiva dell’errore da parte dell’azienda.

Non è andata così. Anche dopo che Mark ha fornito a Google il rapporto ufficiale della polizia che ne certificava l’innocenza, l’azienda ha comunque rifiutato di riattivare i suoi account.

Di fronte alla prospettiva di intraprendere una causa legale lunga, costosa e dall’esito tutt’altro che scontato contro un’azienda che, in quanto soggetto privato, non è tenuta per legge a spiegare le proprie decisioni commerciali, Mark ha scelto di rinunciare a proseguire la battaglia legale.

Ha perso in modo permanente anni di corrispondenza email, foto di famiglia insostituibili, contatti personali e professionali, appuntamenti di calendario, esattamente come ha documentato in dettaglio anche Malwarebytes nella propria analisi tecnica della vicenda.

La vicenda, ed è forse il dettaglio più inquietante dell’intera storia, non è nemmeno rimasta isolata.

Come ha ricostruito con precisione Agenda Digitale in un’analisi approfondita del fenomeno, esiste almeno un secondo caso, sostanzialmente identico nella dinamica, in cui l’intero archivio fotografico personale di un altro padre è stato trasmesso alle forze dell’ordine sulla base degli stessi meccanismi di rilevamento automatizzato, con dipendenti Google che hanno condotto un’indagine interna esaminando l’intero album fotografico dell’utente ormai segnalato dall’algoritmo.

Questo è il dettaglio che trasforma un singolo aneddoto, per quanto drammatico, in un problema strutturale e sistemico: non stiamo parlando di un incidente isolato e sfortunato, ma di un difetto ripetibile, documentato più volte, nell’architettura stessa del sistema di controllo.

Va detto con la massima precisione possibile, perché in questo caso la precisione rafforza l’accusa invece di indebolirla: tecnicamente Google non ha “violato” la privacy di Mark nel senso stretto e giuridico di aver sottratto o rivenduto i suoi dati personali a terzi.

Ha semplicemente applicato, alla lettera, delle policy che i propri termini di servizio autorizzano esplicitamente da anni, quegli stessi termini che la stragrande maggioranza degli utenti accetta in pochi secondi senza leggerli davvero.

Comunque vale la pena dare un’occhiata anche al servizio cloud di Mega come ho parlato in un precedente articolo cliccando qui.

Il problema reale, quello che dovrebbe preoccupare chiunque, è più profondo e più inquietante di una singola violazione isolata:

Google ha costruito un sistema in cui la scansione automatica dei contenuti privati degli utenti è la normalità contrattuale, non l’eccezione da giustificare caso per caso.

Non serve violare formalmente nulla, se il consenso te lo sei già dato firmando frettolosamente in fase di registrazione dell’account, magari anni prima, magari da adolescente.

Ma il punto in cui l’intera vicenda diventa davvero indifendibile arriva dopo l’errore iniziale dell’algoritmo.

Un sistema automatico ha sbagliato clamorosamente nel valutare il contesto, cosa peraltro fisiologica per qualsiasi sistema di intelligenza artificiale che lavora su scala di miliardi di immagini.

Ma quando la realtà dei fatti, cioè l’innocenza certificata nero su bianco dalla polizia, ha contraddetto in modo inequivocabile quell’errore algoritmico, Google ha scelto comunque, consapevolmente, di non correggerlo.

Non è un errore tecnico scusabile per la sua natura statistica.

È la scelta aziendale deliberata di non intervenire nemmeno davanti a prove concrete e verificabili, perché il sistema semplicemente non prevede un vero organo d’appello umano, indipendente e accessibile, a cui un cittadino possa rivolgersi in questi casi.

Non un tribunale. Non un giudice terzo. Un’azienda privata che decide da sola, senza contraddittorio, e la sua decisione, per quanto sbagliata, resta definitiva.

E questo sbugiarda i soliti noti che, nonostante gli avvertimenti, affermano sempre con la solita frase da idioti: “tanto non ho niente da nascondere”.

Un precedente legale che conferma il pattern, non un caso isolato

Il caso di Mark non è nemmeno l’unico episodio in cui la gestione dei dati sensibili da parte di Google è finita sotto la lente della giustizia in modo documentato.

Negli Stati Uniti, come ricostruisce Proton nella propria analisi sulla sicurezza di Google Foto, l’azienda ha dovuto affrontare una class action collettiva in Illinois specificamente legata alla raccolta di dati biometrici tramite riconoscimento facciale, effettuata senza un consenso adeguatamente informato da parte degli utenti coinvolti.

Google ha scelto di patteggiare nel 2022, evitando un processo pubblico, per una cifra tutt’altro che simbolica: 100 milioni di dollari.

Un episodio importante, ma solo uno tra i tanti, in un lungo elenco di sanzioni legate alla privacy che, come sottolineano diversi osservatori indipendenti del settore, raramente si traducono in un cambiamento sostanziale e duraturo delle pratiche aziendali reali.

Cos’è cambiato di recente, e perché questo riguarda ormai tutti indistintamente

Il tema, va sottolineato con forza, non è affatto archeologia digitale legata al 2021 e alla pandemia.

Nell’aprile 2026, come ha riportato Forbes in un’analisi dedicata, Google ha esteso ulteriormente l’utilizzo dell’intelligenza artificiale Gemini per l’analisi approfondita delle foto degli utenti, spingendo di fatto miliardi di persone a decidere, spesso senza nemmeno rendersene pienamente conto perché l’opzione arriva preimpostata, se accettare o meno un livello di analisi dei propri contenuti visivi ancora più profondo e capillare rispetto al passato.

Più l’intelligenza artificiale si integra nei servizi cloud di uso quotidiano, più cresce inevitabilmente la quantità di informazione che un sistema automatico può estrarre dalle tue fotografie personali: volti riconosciuti e catalogati, luoghi frequentati, abitudini di vita, relazioni familiari e sentimentali, perfino stati d’animo dedotti dalle espressioni facciali nel tempo.

Tutto questo accade nel momento stesso in cui carichi un semplice file sul cloud, ben prima che tu decida consapevolmente di condividerlo con chiunque altro.

C’è anche un fronte europeo da tenere d’occhio

Vale la pena ribadire, giusto per chiarire ancora una volta e senza entrare in valutazioni politiche che non competono a questo spazio, segnalare che il tema della scansione automatica dei contenuti privati non riguarda soltanto le policy interne di una singola azienda americana.

A livello europeo è in discussione da tempo una proposta di regolamento nota come CSAR, Child Sexual Abuse Regulation, che diversi analisti hanno collegato proprio a casi come quello di Mark per illustrare i rischi concreti di un sistema di controllo automatizzato esteso su scala ancora più ampia, comprese potenzialmente le comunicazioni cifrate end-to-end che oggi restano al riparo da questo tipo di scansione.

È un dibattito tecnico e legislativo complesso, che meriterebbe un approfondimento separato e dedicato, ma che si inserisce nello stesso identico filone: quanto controllo automatizzato sui contenuti privati dei cittadini siamo disposti ad accettare in cambio di una presunta maggiore sicurezza collettiva, e chi controlla chi.

L’alternativa esiste, ed è più semplice di quanto sembri a prima vista

Detto tutto questo, con tutta la sincerità che questo blog ha sempre cercato di garantire senza edulcorare i fatti, la buona notizia concreta è che non serve affatto una laurea in informatica per costruirsi un’alternativa reale e funzionante.

Anche se ci saranno i soliti noti che diranno sempre che “non se ne intendono”.

Infatti, su Facebook, Linkedin, Telegram e altri social, ho pubblicato il post qui sopra con relativa descrizione e un severo ammonimento ai soliti noti.

Il principio di base è semplice da spiegare anche a chi non ha alcuna competenza tecnica pregressa, ovvero preservare i tuoi dati con il tuo stesso hardware personale, con le tue regole di accesso, senza un canone mensile che sale puntualmente ogni anno che passa.

In altre parole, un semplice PC e un archivio esterno come un hard disk esterno o un NAS.

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Una di queste soluzioni, una delle più economiche, è l’hard disk esterno di Western Digital, ovvero il modello My Book da ben 8 TB, un’ottima soluzione per chi ha un budget molto basso e attualmente il prezzo su Amazon è di circa 268 euro ma a seconda del taglio di memoria che sceglierete.

Ma la vera soluzione è un dispositivo NAS (che consiglio caldamente), acronimo di Network Attached Storage, cioè, in pratica, un piccolo server di archiviazione personale da tenere fisicamente in casa e collegato al proprio router, che permette di avere una sorta di cloud personale privato.

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Il modello qui sopra è il Synology DS223j, un NAS completo di con 2 dischi rigidi NAS IronWolf Seagate da 4 TB ognuno per un totale di ben 8 TB, perfetto come soluzione ad un prezzo abbastanza contenuto.

I dischi IronWolf da 4 TB l’uno, infatti, sono pensati apposta per funzionare 24 ore su 24 in un NAS, non hard disk desktop generici riadattati.

Di conseguenza, il cliente sa esattamente cosa porta a casa e quanto spende, senza sorprese dopo.

Parliamo di un prezzo attuale di circa 667 euro su Amazon, ovviamente disponibile in altri tagli di memoria già inclusi nelle soluzioni.

Un backup automatico delle foto direttamente dal telefono, accesso da remoto ai propri file quando si è fuori casa, nessun abbonamento ricorrente da pagare a vita, nessuna scansione automatica dei contenuti privati da parte di terzi sconosciuti.

È come avere il servizio Google Foto ma in maniera del tutto illimitata e senza inutili notifiche che ti avvisano che hai esaurito lo spazio.

Non è affatto un concetto nuovo o esotico riservato agli smanettoni: è semplicemente riportare fisicamente a casa propria quello che oggi affidiamo, spesso senza nemmeno pensarci più di tanto, a server remoti che non controlliamo in alcun modo e le cui policy possono cambiare unilateralmente in qualsiasi momento.

Naturalmente, anche questa soluzione ha delle regole precise da rispettare per essere davvero efficace e sicura nel tempo, e qui la sincerità resta d’obbligo come sempre su questo blog: un dispositivo economico a disco singolo non rappresenta di per sé, da solo, un backup a prova di guasto hardware.

Se quell’unico disco si rompe, ed è un evento meccanico che prima o poi può capitare a chiunque, senza una seconda copia conservata altrove, i dati si perdono comunque in modo irrimediabile.

La regola d’oro che vale da sempre nel mondo dell’informatica seria e professionale, non inventata oggi per l’occasione, resta questa: almeno due copie distinte dei dati davvero importanti.

Conservate su supporti fisici diversi tra loro, con almeno una copia fisicamente separata dalla principale per proteggervi da furto, incendio, allagamento o semplice guasto elettrico.

La vera abitudine da cambiare non è tecnologica

Il punto di fondo, però, alla fine di tutto questo ragionamento, non è realmente tecnologico. È comportamentale, e riguarda tutti noi, me compreso.

La stessa identica persona che dice rassegnata “eh lo so, ho la memoria piena” è quasi sempre quella che rimanda per mesi, se non per anni, una soluzione che richiederebbe nella maggior parte dei casi concreti meno di un pomeriggio libero da configurare una volta per tutte.

Non è colpa esclusiva di chi non è pratico di tecnologia, sia chiaro: è in buona parte colpa di un sistema pensato apposta per non dare mai una vera spinta concreta a cambiare abitudini consolidate, perché il modello di business di chi ti ospita gratuitamente, o quasi, ha tutto l’interesse economico a farti restare esattamente dove sei già.

Rimandare, in questo ambito specifico, non è mai davvero gratis come sembra.

Ogni anno che passa dentro lo stesso ecosistema chiuso, il costo pratico dell’eventuale uscita futura cresce inesorabilmente, e insieme ad esso cresce anche la quantità di dati sensibili e insostituibili affidati a un sistema che può, per un semplice errore algoritmico o per una policy scritta a tavolino, decidere l’accesso a quei dati al posto tuo, senza appello e senza un vero contraddittorio.

Settembre, con il rientro dalle ferie e pure dopo tale periodo e le caselle di posta che si riempiono di notifiche insistenti di spazio esaurito, è probabilmente il momento più onesto dell’intero anno per fermarsi un attimo, davvero, e farsi una domanda tutto sommato semplice ma raramente posta con la dovuta serietà, ovvero:

Quei dati, in questo preciso momento, sono davvero ancora tuoi, oppure sono soltanto in prestito, a discrezione di qualcun altro?

Domande frequenti e conclusione

Google può davvero leggere le mie foto private su Google Foto?

Tecnicamente sì, nel senso che l’assenza di crittografia end-to-end lascia a Google la possibilità tecnica di accedere ai contenuti caricati per finalità dichiarate nelle proprie policy, tra cui la sicurezza, la moderazione dei contenuti illegali e il funzionamento di alcune funzionalità basate sull’intelligenza artificiale.

Un NAS personale è davvero più sicuro di Google Foto per la privacy?

Sul fronte della scansione automatica dei contenuti da parte di terzi, SÌ: i dati restano fisicamente in casa tua e nessuna azienda esterna li analizza per policy interne.

Resta però responsabilità dell’utente proteggere adeguatamente il dispositivo da accessi non autorizzati e mantenere un secondo backup.

Basta un NAS a disco singolo per essere al sicuro dai guasti?

NO. Un disco singolo protegge dalla dipendenza da terze parti, ma non da un guasto hardware. Serve sempre una seconda copia dei dati più importanti, su un supporto fisicamente separato.

Passare a un cloud privato significa rinunciare alla comodità della sincronizzazione automatica?

No, i NAS moderni pensati per l’uso domestico offrono app dedicate che replicano l’esperienza di backup automatico da smartphone a cui si è abituati con i servizi cloud commerciali.

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