Vivo a Buccheri, in provincia di Siracusa, dal novembre 2008 ma prima ancora, dal 2004, frequentavo questo borgo degli Iblei per via di mia moglie Francesca e qui mio suocero aveva acquistato qui casa nel 1994.
Quando il padre di Francesca è mancato nel 2001, la casa è rimasta a lei in eredità e — come spesso accade nelle scelte di vita reali, fatte di pragmatismo più che di romanticismo — ci siamo trasferiti qui perché non pagare l’affitto era un vantaggio concreto, non perché cercassimo il sogno del borgo autentico.
Da quasi vent’anni, dunque, osservo questo territorio dall’interno.
Non come il forestiero entusiasta che è venuto a vivere la Sicilia rurale come esperienza estetica, anche se amo la bellezza dell territorio in sé.
Non come il siciliano doc con le radici infisse nel tufo. Ma come qualcuno che conosce la realtà quotidiana e la guarda senza filtri identitari.
E quello che vedo — tra una foto del panorama su Facebook e una processione del santo patrono — è un sistema in crisi strutturale che molti preferiscono non nominare.
Del resto da buon “disinfluencer” dico non solo la verità che può essere ampiamente dimostrata e documentata ma riporto come sempre ciò che è scomodo per molti.
Questo articolo è dedicato a quella crisi. Con i dati. Con le fonti. Senza riguardi per chi si offende quando la critica viene scambiata per tradimento.
Preciso ovviamente inoltre che sull mio blog e in questo articolo non si fa politica ma si parla in maniera obiettiva e imparziale.

L’orgoglio identitario che silenzia i problemi reali
Prova tu stesso/a a entrare in qualsiasi gruppo Facebook dedicato a un borgo siciliano — Buccheri compresa — e troverai sempre lo stesso copione.
Foto del panorama al tramonto, foto della sagra, foto della statua del santo in processione, commenti entusiasti, cuori e bandiere siciliane. Tutto bellissimo, tutto meraviglioso, tutto degno di ammirazione.
Poi magari il paese perde residenti ogni anno. I giovani se ne vanno. Il medico della guardia medica fa i turni usando il proprio smartphone personale perché non esistono computer funzionanti nel locale.
La biblioteca è fatiscente e non ha strumenti adeguati per gestire nemmeno il prestito libri. Ma nei gruppi non se ne parla. Il gruppo è una vetrina identitaria, non uno spazio di confronto reale.
Questo meccanismo ha un nome in psicologia sociale: si chiama difesa dell’identità di gruppo. Funziona così: quando l’identità collettiva è fragile — quando il territorio soffre, quando le prospettive sono scarse — chi appartiene a quel gruppo tende a esaltarne le qualità visibili (la bellezza, la tradizione, il cibo) e a silenziare sistematicamente le disfunzioni.
Chi le nomina viene percepito come un nemico, un traditore, qualcuno che “fa del male alla Sicilia”.
Il paradosso è evidente: chi ama davvero un posto dovrebbe essere il primo a volerlo migliorare, e per migliorarlo bisogna prima ammettere che ci sono problemi. Invece si difende l’immagine della Sicilia invece di difendere i siciliani veri, quelli che ci vivono.

La sanità siciliana: penultima in Italia, ultima nelle aree interne
Il problema della sanità non è un’opinione. È documentato da fonti istituzionali e confermato ogni giorno dalla vita concreta di chi abita nei borghi dell’entroterra siciliano.
Il quadro nazionale: la Sicilia in fondo alla classifica
Secondo il rapporto Crea-Tor Vergata 2025, la Sicilia si colloca al penultimo posto tra le regioni italiane per qualità dei servizi sanitari, superata in negativo solo dalla Calabria.
I servizi risultano inferiori del 33% rispetto alla soglia ottimale. Le aree più critiche sono la prevenzione e la medicina territoriale: mancano medici di base, mancano infermieri, i pronto soccorso sono sovraffollati e le liste d’attesa sono croniche.
Un dato che colpisce: nel 2024 la Regione Siciliana ha deciso di investire 515 milioni di euro per potenziare le strutture sanitarie private accreditate.
Nel frattempo, i presidi pubblici nelle aree interne restano fatiscenti e privi di strumenti di base. La scelta è chiara: il privato viene sostenuto, il pubblico periferico viene lasciato a sé stesso.
Il caso di Siracusa: ospedali depotenziati e sanità territoriale inesistente
La provincia di Siracusa riflette perfettamente questo quadro nazionale.
La CGIL di Siracusa ha denunciato pubblicamente una situazione di sistema sanitario trascurato e sottodimensionato, con ospedali depotenziati come quelli di Avola-Noto e Lentini svuotati di reparti e personale.
Infatti il nuovo ospedale di II livello nel capoluogo ancora fermo ai progetti preliminari; pronto soccorsi al collasso; personale insufficiente e sottoposto a turni insostenibili; sanità territoriale definita letteralmente “inesistente”, con le strutture del PNRR ancora solo sulla carta.
“Una proposta che risponde a logiche di amichettismo, scambi di favore e interessi di parte, piuttosto che ai diritti di cittadine e cittadini” — così il segretario generale della CGIL di Siracusa, Roberto Alosi, ha commentato la bozza di riorganizzazione della rete ospedaliera presentata dall’assessorato regionale.
Parole dure, documentate, che fotografano un sistema gestito con logiche politiche invece che sanitarie.

La guardia medica di Buccheri: un caso emblematico
A Buccheri, la guardia medica — il presidio sanitario di base che dovrebbe garantire assistenza ai cittadini nelle ore in cui il medico di famiglia non è disponibile — opera in un locale fatiscente, privo di computer, dove il medico di turno gestisce tutto usando esclusivamente il proprio smartphone personale.
Non è un dettaglio folkloristico. È un fallimento istituzionale che riguarda la salute delle persone reali che vivono in un territorio già isolato.
Se un residente anziano — categoria ampiamente maggioritaria nei borghi siciliani in fase di spopolamento — ha bisogno di assistenza medica fuori dagli orari ordinari, si trova di fronte a un presidio che funziona al minimo assoluto.
Stessa situazione per la biblioteca: struttura pubblica, strumenti informatici assenti o non funzionanti, servizio di prestito libri gestito in modo approssimativo.
Il presidente di ANCI Sicilia ha sollevato una contraddizione paradossale: si discute di rilancio delle zone periferiche ma si mandano ambulanze senza medico nei comuni più lontani dagli ospedali.
Buccheri è esattamente in questo contesto: un territorio interno dove ogni emergenza sanitaria diventa un’odissea logistica.
Nei gruppi Facebook buccheresi si esaltano le bellezze del borgo. Nessuno alza la voce su questo.

Lo spopolamento: la Sicilia si sta svuotando, non esiste solo nelle statistiche
La Sicilia è tra le regioni del Mezzogiorno che più soffrono lo spopolamento, dove la percentuale di aree classificate come interne supera il 70%.
In queste zone l’assenza di servizi sta accentuando il processo di impoverimento, con migrazione continua di giovani e innalzamento progressivo dell’età media.
Un circolo vizioso: meno giovani restano, meno servizi vengono garantiti; meno servizi vengono garantiti, meno giovani restano.
I borghi siciliani, in poco meno di settant’anni, hanno perso tra il 28% e il 96% della popolazione originariamente residente nei centri storici.
Non è un dato lontano: è la trasformazione visibile di paesi come Buccheri, dove le case chiuse sono più di quelle abitate, dove il centro storico somiglia a un museo a cielo aperto che nessuno ha deciso di frequentare davvero.
Le proiezioni ISTAT indicano che nelle aree interne il calo demografico raggiungerà il 9,3% entro il 2042, con i comuni periferici e ultraperiferici che perderanno rispettivamente l’11,8% e il 13,7% della popolazione.
Buccheri rientra in questa categoria. Senza interventi strutturali, il futuro è quello di un borgo sempre più svuotato.

La fuga dei cervelli: ogni anno la Sicilia perde il suo futuro
Lo spopolamento fisico va di pari passo con quello intellettuale. I dati del rapporto Svimez 2025 «Un Paese, due emigrazioni» sono impietosi: tra il 2002 e il 2024, quasi 350mila giovani qualificati under 35 hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord.
Al netto dei rientri, la perdita netta è di 270mila persone. Campania e Sicilia da sole generano quasi la metà del flusso in uscita.
Per la Sicilia il quadro è ancora più netto: negli ultimi dieci anni oltre 56mila laureati siciliani hanno abbandonato l’isola.
Ogni anno la Sicilia perde circa 15mila residenti, di cui 7mila giovani laureati. Siracusa detiene il primato negativo in Italia: solo il 15,2% dei giovani possiede una laurea.
Il costo non è solo umano. Il Censis calcola che la formazione di ogni laureato costi al territorio circa 112mila euro di investimento pubblico e privato.
La Sicilia forma i propri talenti e li regala al Centro-Nord e all’estero. Ogni anno la perdita di capitale umano vale 4,1 miliardi di euro.
La disoccupazione giovanile in Sicilia supera il 40% tra i giovani under 35. Chi può, parte. Chi resta, spesso non ha alternative. Non è una scelta, è una necessità.
E poi diciamolo… il lavoro in nero e sottopagato ci ha proprio rotto le scatole, siamo nel 2026 eppure la maggioranza degli imprenditori locali siciliani hanno solo dimostrato di non essere capaci di stare al mondo facendo scaricabarile sullo Stato o sulla crisi, storie mediocri vecchie trite e ritrite.
Ci privano del futuro per puro egoismo e opportunismo da due soldi.
Non si può lavorare in un ambiente tossico a priori, parliamoci chiaro.
E il fenomeno dell’emigrazione si estende persino agli anziani: secondo Svimez, tra il 2002 e il 2024 gli over 75 meridionali che — pur mantenendo formalmente la residenza al Sud — si trasferiscono stabilmente al Centro-Nord sono quasi raddoppiati, passando da 96mila a oltre 184mila.
In molti casi seguono figli e nipoti emigrati; in altri, la scelta è dettata dall’impossibilità di accedere a servizi sanitari adeguati. I “nonni con la valigia”, li chiama Svimez.
Anche questo, nei gruppi Facebook buccheresi, non si nomina.

Le case a un euro: ripopolamento reale o turismo stagionale?
Da Salemi a Gangi, passando per Sambuca di Sicilia, molti comuni siciliani hanno avviato iniziative di case a prezzi simbolici per attrarre nuovi residenti.
Progetto che ha fatto il giro del mondo — il New York Times ne ha scritto, CNN e Discovery Channel hanno mandato i servizi — e ha generato decine di migliaia di richieste.
Su 66 offerte definitive arrivate per Sambuca di Sicilia, solo una era italiana. E molte delle case acquistate diventano seconde case o B&B per il turismo stagionale, non residenze stabili.
Il risultato è un ripopolamento di facciata: i borghi recuperano una vivacità visibile in estate, restano vuoti il resto dell’anno.
Qualcuno fotografa la pietra antica e la posta sui social. I residenti stabili rimasti — quelli anziani, quelli senza mezzi per andarsene — continuano a fare i conti con la guardia medica senza computer e la biblioteca con i libri impolverati.

La religiosità popolare siciliana: fede, idolatria e identità
C’è un altro elemento che contraddistingue la vita dei borghi siciliani e che merita una riflessione onesta: la religiosità popolare.
Non si tratta di mettere in discussione la fede altrui, né di fare del laicismo di maniera. Si tratta di osservare un fenomeno specifico e documentabile.
In Sicilia esiste una forma di religiosità popolare molto radicata che mescola il cattolicesimo ufficiale con pratiche di origine pre-cristiana, appunto paganesimo.
La venerazione delle statue dei santi, le processioni, i rituali collegati ai patroni locali — tutto questo ha una storia antica che risale a culti pagani assorbiti dalla Chiesa Cattolica Romana nel corso dei secoli, proprio perché servivano a mantenere il controllo sociale e l’appartenenza comunitaria.
Il problema non è la processione in sé.
Il problema è quando questa forma di religiosità — in cui la statua del santo viene trattata non come simbolo ma come presenza fisica reale, con tanto di preghiere, ex voto, e richieste di intercessione materiale — diventa la cifra identitaria principale del borgo, mentre i servizi essenziali crollano nel silenzio.
Si organizza la festa del patrono con partecipazione entusiasta ma non si fa nulla per chiedere un computer funzionante alla guardia medica o addirittura alla biblioteca locale (come quella di Buccheri dove vivo).
Teologicamente, peraltro, il vero cristianeismo vieta esplicitamente l’idolatria — il Primo Comandamento e il Secondo comandamento, del resto, sono inequivocabili.
Ma nella pratica popolare siciliana questa distinzione viene spesso ignorata o cercano altre scusanti per rinnegare la realtà comandata nella Bibbia.
Chi lo fa notare viene trattato con sospetto o con aperta ostilità magari accusato pure di settarismo.
Come se interrogarsi sulle proprie pratiche religiose fosse un attacco all’identità siciliana stessa, eppure l’onestà, la correttezza e il dire sermpre la verità sono principi di base nella Bibbia, quella stessa Bibbia che molti esponenti della chiesa non aprono mai, figuriamoci la gente comune.
Anche questo è un sintomo dello stesso problema di fondo: l’incapacità di separare l’identità collettiva dalla critica costruttiva e c’è solo tantissima ipocrisia.
Se sei siciliano, devi amare tutto della Sicilia — la pietra lavica, il cannolo, la statua del patrono, la guardia medica senza computer, il lavoro in nero e sottipagato e tutto il resto della mediocrità che la rovina, vero?
Mettere in discussione qualunque elemento significa rompere il patto identitario implicito ed essere disposti a cambiare in meglio anziché impantanarsi sempre sulle solite cose che non fanno progredire la Sicilia.

Perché si fugge: le ragioni concrete di chi non torna
Chi lascia la Sicilia — e i borghi dell’entroterra in particolare — lo fa quasi sempre per ragioni concrete e sovrapposte:
- Lavoro: disoccupazione giovanile oltre il 40%, economia sommersa, salari bassi e precariato diffuso rendono impossibile costruire un progetto di vita stabile. La Lombardia assorbe il 32% dei laureati siciliani emigrati.
- Sanità: la distanza dagli ospedali, la carenza di medici di base, i presidi territoriali al minimo assoluto rendono la vita nelle aree interne concretamente rischiosa per chi ha problemi di salute o per chi assiste un familiare anziano.
- Servizi: scuole sottodimensionate, biblioteche fatiscenti, infrastrutture digitali carenti, trasporti pubblici inesistenti. Vivere in un borgo come Buccheri senza un’auto propria è praticamente impossibile.
- Clima culturale: la difficoltà di vivere in ambienti dove il pensiero critico viene percepito come tradimento, dove le domande scomode vengono silenziare, dove l’omologazione identitaria è la norma implicita. Non è un fattore secondario: molte persone non fuggono solo dalla povertà materiale, ma anche da un ambiente che non lascia spazio alla crescita personale.
Chi parte è spesso chi ha più risorse intellettuali e capacità di proiettarsi altrove. Chi resta è spesso chi non ha alternative.
Questo genera un impoverimento cumulativo: meno capitale umano rimane, meno pressione civile esiste per migliorare i servizi, meno servizi vengono garantiti, meno convenienza c’è a restare.

Cosa si potrebbe fare: e perché non viene fatto
Le soluzioni esistono, almeno in teoria. Sono state discusse, proposte, finanziate parzialmente. La Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) ha stanziato in dieci anni quasi 497 milioni di euro per finanziare oltre 2.100 progetti. Solo il 17% è stato completato.
Il problema non è solo la mancanza di risorse.
È la mancanza di volontà politica concreta, la frammentazione burocratica, il clientelismo che orienta le scelte in base ai consensi elettorali invece che ai bisogni reali dei territori.
La bozza di riordino della rete ospedaliera siracusana, denunciata dalla CGIL come “fondata su equilibri politici anziché su analisi epidemiologiche”, è un esempio perfetto.
Eppure ci sono anche segnali positivi, seppur parziali. Nell’ASP di Siracusa, dall’insediamento del nuovo direttore generale nel febbraio 2024, sono stati avviati interventi per ridurre i tempi di attesa nei pronto soccorso e ammodernare alcune strutture.
Il percorso è lungo e appena iniziato, ma dimostra che migliorare è possibile quando c’è una gestione seria.
Il punto è che non basta. Serve una guardia medica a Buccheri con un computer funzionante. Serve una biblioteca con strumenti adeguati.
Serve che i servizi di base funzionino, non per chi arriva con la telecamera del reality show olandese, ma per chi ci vive tutto l’anno.

Amare la Sicilia significa anche avere il coraggio di criticarla
Questo articolo non è scritto da qualcuno che odia la Sicilia. È scritto da qualcuno che ci vive da quasi vent’anni, che conosce la bellezza reale di questi luoghi — quella che non ha bisogno di filtri Instagram — e che proprio per questo non riesce a tacere di fronte alle disfunzioni che rendono la vita quotidiana più difficile del necessario.
La tendenza a difendere la Sicilia da qualsiasi critica, celebrando i panorami e le tradizioni mentre si ignorano i fallimenti sistemici, non è un atto d’amore.
È un atto di abbandono travestito da orgoglio. Perché lasciare che le cose vadano male senza alzare la voce equivale a rassegnarsi. E la rassegnazione non produce né bellezza né cambiamento.
Chi se ne va, nella maggior parte dei casi, non lo fa per mancanza d’amore. Lo fa perché non può permettersi di aspettare che qualcosa cambi in un sistema che non mostra segni seri di voler cambiare.
E chi resta — come me, per ragioni concrete e senza romanticismi — ha il diritto e il dovere di dire le cose come stanno.
Una bella foto del borgo al tramonto non scalda la sala d’attesa di una guardia medica senza computer. Un santo in processione non sostituisce un medico di base.
E l’orgoglio identitario non paga l’affitto a Milano a un trentenne siciliano che non ha trovato lavoro a casa sua.
Fonti e riferimenti
Sanità
- Rapporto CREA Sanità 2025 — Sicilia penultima in Italia per performance sanitarie https://siracusapress.it/cronache-siciliane/sanita-report-crea-sicilia-penultima-in-italia-per-performance-ma-i-cittadini-la-promuovono-con-un-63/
- Fondazione GIMBE — LEA 2023: Sicilia inadempiente, 173 punti su 300, penultima in Italia https://www.marsalalive.it/2025/09/03/sanita-siciliana-bocciata-penultima-italia/
- CGIL Siracusa — Denuncia pubblica sulla rete ospedaliera e la sanità provinciale (luglio 2025) https://cgilsiracusa.it/rassegna/la-nuova-rete-ospedaliera-di-siracusa-scontenta-anche-i-sindacati/
- SiracusaOggi — Bozza rete ospedaliera: tagli agli ospedali periferici di Avola e Lentini https://www.siracusaoggi.it/sanita-la-bozza-della-nuova-rete-ospedaliera-regionale-allesame-dei-sindaci/
- SPI CGIL Siracusa — Sit-in davanti all’ASP per denunciare il deterioramento dei servizi (febbraio 2026) https://www.siracusaoggi.it/sanita-peggiorata-negli-ultimi-anni-sit-in-dello-spi-cgil-davanti-allasp/
- Riforma sanità pubblica Sicilia — Tavola rotonda con CGIL, ASP, ANCI e sindaci https://www.salutementalesicilia.it/riforma-sanita-pubblica-sicilia/
Emigrazione e spopolamento
- Svimez — Report “Un Paese, due emigrazioni” (fonte primaria) https://www.svimez.it/un-paese-due-emigrazioni-i-il-report-svimez-save-the-children/
- La Sicilia — Svimez: 350mila laureati meridionali under 35 emigrati in 20 anni https://www.lasicilia.it/news/economia/3018492/svimez-la-grande-migrazione-dal-2002-al-2024-quasi-350mila-laureati-meridionali-under-35-trasferiti-nel-centro-nord.html
- tp24.it — “La Sicilia e il Sud si vanno svuotando. Adesso vanno via anche i nonni” https://www.tp24.it/2026/02/24/economia/la-sicilia-e-il-sud-si-vanno-svuotando-adesso-vanno-via-anche-i-nonni/230129
- Gazzetta del Sud — Sicilia e Campania guidano l’esodo dal Sud https://gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2026/02/17/fuga-giovani-sud-sicilia-campania-svimez-e9cc64ba-6d18-4139-8ab3-60c240c269b8/
- Svimez — Capitolo demografico Rapporto 2025 (PDF originale) https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2025/11/cap_5_rapporto2025.pdf
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