Ubuntu 26.04 LTS “Resolute Raccoon” è uscito il 23 aprile 2026 con il tanto atteso kernel Linux 7.0 e il nuovo ambiente grafico GNOME 50.
Ma pochi sanno che il nome di questo sistema operativo viene da una parola africana, coniata da un sudafricano, e che oggi gira sui server della NASA.
Ho iniziato ufficialmente il mio percorso con Linux tanti anni fa proprio grazie a Ubuntu e al lavoro dell’azienda Canonical di Mark Shuttleworth.
Scopriamo insieme storia, novità tecniche, usi pratici e il potenziale enorme che Ubuntu ha per il continente africano e non soltanto… per il mondo intero.
Di recente ho anche parlato del social africano Umojja che vi invito a prendere visione.
Ubuntu: una parola che viene dall’Africa
C’è qualcosa di profondo e non casuale nel fatto che uno dei sistemi operativi più diffusi al mondo porti un nome africano. Ubuntu deriva dalle lingue bantu degli Zulu e degli Xhosa, e il suo significato non si traduce in modo esatto in nessuna lingua europea.
La definizione più vicina è questa: “Umuntu ngumuntu ngabantu”, ovvero “una persona è una persona attraverso le altre persone”.
Il premio Nobel per la pace Desmond Tutu lo ha spiegato così: una persona con ubuntu è aperta, disponibile verso gli altri, sa di appartenere a qualcosa di più grande di se stessa.
Non è una coincidenza romantica. È una scelta precisa di un uomo preciso: Mark Richard Shuttleworth, nato il 18 settembre 1973 a Welkom, in Sudafrica.


Shuttleworth è un imprenditore che ha costruito la sua fortuna nel mondo della sicurezza informatica con Thawte, una delle prime certificate authority al di fuori degli Stati Uniti, venduta a VeriSign nel 1999 per circa 575 milioni di dollari.
Con quella cifra ha fondato Canonical Ltd., ha finanziato la Shuttleworth Foundation per l’innovazione sociale, ed è diventato il primo cittadino africano a volare nello spazio, nel 2002, a bordo della missione russa Soyuz TM-34.
Nel 2004, con una dozzina di sviluppatori riuniti nel suo appartamento londinese, Shuttleworth ha cominciato a costruire ciò che sarebbe diventato Ubuntu: una distribuzione Linux partendo dalla base di Debian, pensata per essere accessibile a chiunque, tradotta in tutte le lingue, gratuita per sempre.
Il nome era un manifesto. Non un codice. Non un acronimo. Una filosofia.

Ventidue anni di storia: da nicchia a infrastruttura mondiale
Il 20 ottobre 2004 è uscita la prima versione di Ubuntu, la 4.10 “Warty Warthog”.
Da quel giorno, ogni sei mesi Canonical ha rilasciato una nuova versione, e ogni due anni una versione LTS (Long-Term Support) con garanzia di aggiornamenti per cinque anni.
Nel 2005 è nata la Fondazione Ubuntu con un fondo iniziale di dieci milioni di dollari, e nello stesso anno la distribuzione ha vinto il premio come miglior distro alla LinuxWorld Conference and Expo di Londra.
Nel 2006, Shuttleworth dichiarava di avere circa otto milioni di utenti. Nel 2011, venti milioni. Nel 2015, le istanze Ubuntu avviate nei cloud privati e pubblici erano circa venti milioni solo in quell’anno.
Nel giro di un decennio, Ubuntu era passato dall’appartamento londinese di un visionario sudafricano ai data center di mezzo mondo.
Oggi Ubuntu non è più un sistema operativo di nicchia per appassionati. Gira sulle workstation degli ingegneri del Kennedy Space Center della NASA.
È il sistema operativo più diffuso sui server cloud di tutto il mondo. È utilizzato dalla Stazione Spaziale Internazionale. Alimenta servizi come Netflix, Dropbox, Instagram, Reddit, Pinterest e Snapchat.
Ha fatto girare il supercomputer cinese Tianhe-2. È la spina dorsale di innumerevoli infrastrutture critiche in decine di paesi.
E ancora: senza Ubuntu probabilmente non esisterebbero, almeno nella forma che conosciamo, distribuzioni come Linux Mint, Pop!_OS, Zorin OS, Elementary OS, KDE Neon, Lubuntu, Xubuntu, Kubuntu, Ubuntu MATE e decine di altri progetti.
Ubuntu ha costruito un ecosistema intero, non solo un sistema operativo.
Ubuntu 26.04 LTS “Resolute Raccoon”: le novità
Il 23 aprile 2026 Canonical ha rilasciato Ubuntu 26.04 LTS, nome in codice “Resolute Raccoon”, il Procione Risoluto.
È una versione LTS, quindi garantisce cinque anni di aggiornamenti di sicurezza fino ad aprile 2031, estendibili a dieci anni con Ubuntu Pro (gratuito fino a cinque dispositivi personali).
Il kernel e il desktop
La novità più significativa sotto il cofano è il kernel Linux 7.0, che porta con sé miglioramenti importanti per la gestione dell’hardware moderno, ottimizzazioni per i processori AMD Zen 6 e Intel Nova Lake, e un ruolo sempre più consolidato di Rust nel kernel ufficiale.
Sul desktop, il salto è da GNOME 49 a GNOME 50, con notifiche raggruppate, supporto HDR sui display compatibili, migliore accessibilità con il lettore di schermo Orca significativamente potenziato, consumo ridotto di CPU e RAM nei componenti principali, e rendering più fluido sui sistemi lenti.
Quest’ultimo punto non è un dettaglio da poco, come vedremo parlando di Africa.
Le applicazioni predefinite cambiano
Ubuntu 26.04 aggiorna la lineup delle app predefinite in modo deciso. Papers sostituisce Evince come visualizzatore PDF. Loupe prende il posto di Eye of GNOME per le immagini.
Resources sostituisce sia System Monitor sia Power Statistics in un unico pannello. Showtime diventa il nuovo lettore video predefinito.
Ptyxis è il nuovo emulatore di terminale. L’interfaccia Yaru viene aggiornata con nuove icone per le cartelle e un look più moderno e coerente.
Per approfondire tutte le novità in dettaglio, il punto di riferimento è la pagina ufficiale delle note di rilascio.
Sicurezza e crittografia
Sul fronte della sicurezza, Ubuntu 26.04 porta un Security Center integrato nel desktop e introduce la crittografia completa del disco basata su TPM per le installazioni desktop, rendendo più semplice e automatica la protezione dei dati.
Viene aggiunto anche il supporto JPEG XL nativo, l’accelerazione video hardware VA-API abilitata di default su AMD e Intel, e il driver NTSYNC per migliorare le prestazioni dei giochi Windows sotto Wine e Proton.
Per chi vuole una panoramica tecnica completa in italiano, TurboLab.it ha pubblicato un’analisi dettagliata.
I requisiti hardware
Canonical ha aggiornato i requisiti minimi raccomandati: per Ubuntu Desktop 26.04 LTS servono un processore dual-core da almeno 2 GHz, 6 GB di RAM (saliti da 4 GB della versione precedente) e 25 GB di spazio su disco per un’esperienza confortevole.
Il sistema può comunque girare su macchine con specifiche inferiori, e per l’hardware più datato restano disponibili varianti leggere come Lubuntu e Xubuntu.
Ubuntu Server, invece, scala liberamente a partire da 1,5 GB di RAM e 4 GB di storage.
Una nota importante: l’integrazione nativa con Google Drive è stata rimossa dall’ambiente desktop. I file di Google Drive restano accessibili via browser, ma non vengono più mostrati nel gestore file come cartelle locali.
Una scelta tecnica motivata da problemi di manutenzione, che qualcuno troverà scomoda ma che non impatta chi usa alternative open source per la sincronizzazione cloud.

Ubuntu in Africa: un’opportunità concreta, non un’utopia
Parlare di Ubuntu e Africa non è solo un gioco di parole.
È una questione pratica, urgente, e in parte già in corso. Il continente africano è il meno connesso al mondo: secondo dati del 2024 analizzati da Global Voices, solo il 38% della popolazione ha accesso a internet.
Il digital divide non è solo una questione di banda larga: è una questione di hardware accessibile, di software che non richieda costose licenze, di sistemi che girino anche su macchine di seconda mano.
In questo contesto, Ubuntu rappresenta una risposta concreta a problemi concreti.
Non perché sia la soluzione a tutto, ma perché offre qualcosa che i sistemi operativi commerciali non offrono: totale gratuità, possibilità di funzionare su hardware datato (specialmente nelle varianti leggere), traduzione in lingue africane, e una comunità globale di supporto.
Le scuole e il problema dell’hardware
In molte nazioni dell’Africa subsahariana, le scuole si trovano a gestire laboratori informatici costruiti con donazioni di PC usati provenienti da Europa o Nord America.
Macchine con 2-4 GB di RAM, processori di una o due generazioni fa, dischi da poche decine di gigabyte.
Su quelle macchine, Windows 10 o 11 gira male o non gira affatto. Ubuntu, in particolare nelle varianti Lubuntu o Xubuntu, torna a farle respirare.
Il Kenya, uno dei paesi africani più avanzati sul fronte della connettività educativa, ha portato il numero di campus universitari connessi a 270, rispetto ai 55 del 2009, come documenta la World Bank nel suo blog sulla trasformazione digitale africana.
La Kenya Education Network (KENET) offre già servizi di hosting, cloud accademico e videoconferenza a decine di istituzioni. L’infrastruttura cresce, ma ha bisogno di sistemi operativi che non pesino sulle casse degli atenei.
In Sudafrica e nei paesi del Nord Africa la copertura universitaria è già universale, ma le risorse rimangono limitate nelle aree rurali.
Il Ruanda ha investito in data center gestiti localmente e reti in fibra ottica, riducendo la dipendenza dalle aziende straniere.
In questi contesti, un sistema operativo gratuito, stabile e con supporto quinquennale garantito è un vantaggio competitivo reale.

La filosofia ubuntu nella pratica digitale africana
C’è una coerenza quasi poetica nel fatto che il principio ubuntu, quello del “io sono perché siamo”, si rifletta anche nel modello di sviluppo open source.
Il software libero cresce attraverso la collaborazione, non la competizione.
Chiunque può contribuire, migliorare, adattare. In un continente dove la creatività tecnologica locale sta esplodendo, da Nairobi a Lagos, da Johannesburg a Il Cairo, questo modello è particolarmente fertile.
Esiste già UbuntuNet Alliance, una rete di reti accademiche e di ricerca africane che collega istituzioni di oltre venti paesi del continente, promuovendo connettività e collaborazione scientifica. Il nome non è casuale.
L’alleanza riunisce reti nazionali come KENET in Kenya, ZAMREN in Zambia, TENET in Sudafrica, RwEdNet in Ruanda, e molte altre, lavorando esattamente nel senso della parola ubuntu: insieme si arriva dove da soli non si arriva.

Vantaggi e svantaggi: una valutazione obiettiva
I vantaggi di Ubuntu in contesto africano
Il vantaggio più ovvio è il costo: zero.
Non ci sono licenze da acquistare, non ci sono abbonamenti, non ci sono aggiornamenti a pagamento. Per una scuola in Kenya che gestisce quaranta PC, questo si traduce in risorse che possono essere investite altrove.
Per un piccolo studio professionale a Lagos, significa poter partire con zero spesa di software di base.
Ubuntu è tradotto in decine di lingue, e il progetto Rosetta di Canonical ha storicamente facilitato le traduzioni anche in lingue africane come lo Swahili, il Zulu, l’Afrikaans e l’Amharico.
Per un utente che non parla inglese fluentemente, avere un sistema operativo nella propria lingua non è un lusso: è la differenza tra saperlo usare o no.
La longevità del supporto LTS è un altro fattore determinante.
Cinque anni di aggiornamenti di sicurezza garantiti, estendibili a dieci con Ubuntu Pro (gratuito fino a cinque dispositivi), permettono di pianificare l’infrastruttura IT con un orizzonte temporale reale.
In contesti dove i budget sono limitati e le risorse umane per la manutenzione sono scarse, questo conta moltissimo.
Infine, l’ecosistema di software open source incluso di default copre la maggior parte delle esigenze quotidiane: LibreOffice per i documenti, browser web, client di posta, strumenti per la gestione dei file e delle immagini.
Tutto funzionante senza installare nulla di aggiuntivo.

Gli svantaggi: il problema Snap e non solo
Sarebbe disonesto non parlare dei limiti. Il più discusso nella comunità Linux è senza dubbio Snap, il sistema di pacchettizzazione di Canonical introdotto nel 2017 e progressivamente imposto come formato predefinito per diverse applicazioni, incluso Firefox.
Il problema non è concettuale: un formato che porta con sé tutte le dipendenze ha senso in molti contesti. Il problema è strutturale.
Lo Snap Store, il repository centrale da cui vengono distribuiti i pacchetti Snap, è gestito esclusivamente da Canonical con infrastruttura proprietaria.
Il codice del client è open source, ma il server e il meccanismo di distribuzione non lo sono.
Come ha analizzato in dettaglio AlternativaLinux in un articolo approfondito, questo centralizza il controllo in modo che ricorda più un modello commerciale che uno open source.
Per chi ha scelto Linux proprio per fuggire dalla dipendenza da un singolo fornitore, si tratta di una contraddizione difficile da ignorare.
Sul piano pratico, i pacchetti Snap sono fino a dieci volte più pesanti delle controparti .deb, perché portano con sé tutte le dipendenze.
Richiedono più banda per essere scaricati e più spazio su disco.
All’avvio, il sistema deve prima montare il filesystem compresso del pacchetto e poi avviare l’applicazione, causando un ritardo percepibile.
Test comparativi mostrano che le applicazioni Flatpak si avviano mediamente dal 20 al 40 percento più velocemente rispetto alle equivalenti Snap.
In Africa, dove le connessioni internet sono spesso lente e costose, e dove l’hardware è spesso datato, questi non sono problemi trascurabili.
Un’applicazione che pesa 200 MB in formato Snap contro 20 MB in formato .deb fa una differenza reale quando si paga la connessione a consumo.
Un avvio lento su un PC con 2 GB di RAM è frustrante al punto da far abbandonare il sistema.
La soluzione esiste e non è complicata: è possibile rimuovere completamente Snap da Ubuntu e affidarsi esclusivamente ai pacchetti .deb tradizionali o ai Flatpak tramite Flathub.
Linux Mint, una delle distribuzioni più popolari derivate da Ubuntu, ha scelto proprio questa strada, escludendo Snap di default e ricevendo consensi unanimi dalla comunità.
Per un uso in contesto africano su hardware limitato e connessioni lente, questa configurazione è decisamente preferibile.
Va detto con onestà che Snap offre anche vantaggi reali: aggiornamenti più rapidi per le applicazioni esposte a vulnerabilità di sicurezza, isolamento migliore dei processi, e compatibilità tra distribuzioni diverse.
Non è una tecnologia cattiva in assoluto. È una tecnologia con dei costi che diventano insostenibili su hardware e connessioni limitati.

Come usare Ubuntu in pratica: contesti e consigli
Per le scuole e i laboratori informatici
La configurazione ideale per un laboratorio scolastico africano con hardware datato parte da Lubuntu o Xubuntu, le varianti ufficiali di Ubuntu progettate per sistemi leggeri.
Lubuntu usa LXQt come ambiente desktop, che funziona bene anche con 1 GB di RAM. Xubuntu usa XFCE, un ambiente più ricco ma ancora efficiente su macchine con 2 GB.
Entrambi condividono la stessa base di Ubuntu, con tutti i vantaggi in termini di supporto e aggiornamenti.
L’installazione può essere eseguita da una chiavetta USB. La procedura guidata è tradotta in italiano, francese, inglese, swahili e molte altre lingue.
Richiede meno di trenta minuti su hardware modesto. Una volta installato, il sistema è operativo con LibreOffice, un browser, un client di posta e gli strumenti di base.
Non serve una connessione internet veloce per installarlo, e gli aggiornamenti di sicurezza possono essere scaricati in orari di bassa congestione.
Per le piccole imprese e i professionisti
Ubuntu Desktop 26.04 LTS con GNOME 50 è una piattaforma completa per il lavoro d’ufficio. LibreOffice gestisce documenti Word, Excel e PowerPoint con compatibilità elevata. Thunderbird copre la posta elettronica.
Inkscape e GIMP gestiscono la grafica vettoriale e raster. Per la contabilità, GnuCash è disponibile nei repository.
Per la comunicazione, Telegram, WhatsApp Web e i principali servizi di videoconferenza funzionano tramite browser.
Chi lavora con il cloud, con strumenti di sviluppo, o con la gestione di server, troverà in Ubuntu un ambiente nativo potente.
La riga di comando, il gestore di pacchetti APT, e l’ecosistema di strumenti open source per lo sviluppo software sono da sempre il punto di forza della piattaforma.
Per i server e le infrastrutture
Ubuntu Server 26.04 LTS è probabilmente la scelta più diffusa al mondo per i server cloud.
La versione server non ha interfaccia grafica, richiede risorse minime, e offre strumenti avanzati per la virtualizzazione, la gestione di container con Docker, e il deploy di applicazioni web.
Per le organizzazioni africane che vogliono costruire infrastrutture digitali locali, Ubuntu Server è un punto di partenza solido, ben documentato, e supportato da una comunità globale vastissima.
L’immagine ISO ufficiale è scaricabile direttamente dal sito di Canonical.

Gratitudine e onestà intellettuale
Mark Shuttleworth e Canonical meritano un riconoscimento genuino.
Senza di loro, Linux non avrebbe mai raggiunto il grande pubblico con questa facilità.
Ubuntu ha abbattuto le barriere tecniche che tenevano Linux in una nicchia di specialisti, ha costruito uno degli ecosistemi open source più ricchi al mondo, e ha dimostrato che software libero e qualità professionale non sono concetti incompatibili.
Allo stesso tempo, le scelte controverse non vanno taciute per rispetto verso chi lavora in condizioni difficili. Snap, nella sua implementazione attuale, è un problema reale per chi ha hardware lento e connessioni costose.
La centralizzazione dello Snap Store non è coerente con i principi fondanti del software libero.
Queste critiche non demoliscono il valore complessivo del progetto: lo migliorano, se ascoltate.
La notizia positiva è che la comunità Linux ha già risposto. Le distribuzioni derivate da Ubuntu che escludono o minimizzano Snap sono molte e ben supportate.
Chi vuole il meglio di Ubuntu senza i costi di Snap ha strumenti e alternative concrete a portata di mano.

Conclusione: una parola, un sistema, un continente
Ubuntu 26.04 LTS arriva nel 2026 con il kernel 7.0, GNOME 50, cinque anni di supporto garantito, e una serie di miglioramenti tecnici che lo rendono più veloce, più sicuro e più accessibile che mai.
Ma la storia di Ubuntu va molto oltre la scheda tecnica di una release.
Ubuntu nasce da una parola africana, dalla mente di un uomo africano, con l’obiettivo di portare la tecnologia a tutti.
Ventidue anni dopo, gira sui server della NASA, nelle stazioni spaziali, nei data center di mezzo mondo.
E ha ancora qualcosa da dire al continente che gli ha dato il nome: che la tecnologia non deve essere un privilegio, che il software libero è un diritto, che un processore da dieci anni fa può ancora essere uno strumento di cambiamento se ha il sistema operativo giusto.
Il continente africano ha una popolazione giovane, creativa, e in rapida crescita. Le infrastrutture digitali si stanno espandendo.
Le università si connettono. I governi investono. In questo contesto, Ubuntu non è solo un sistema operativo: è una filosofia che torna a casa.
Ricordo che Ubuntu funziona non solo sui PC moderni ma anche macchine non più recenti, nell’eventualità potete anche valutare una macchina ricondizionata. Info a questo articolo.
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