Giusto per chiarire prima di proseguire nota bene questo:
Questo articolo analizza fatti amministrativi, dati ufficiali e provvedimenti pubblici verificabili.
Non prende posizione a favore o contro alcun partito, governo o schieramento politico.
L’unica parte di cui questa inchiesta si fa carico è quella dell’essere umano e del suo diritto, riconosciuto a livello internazionale, di accedere all’acqua potabile.
Di conseguenza respingo a priori qualsiasi falsa accusa.

L’Acqua: un diritto scritto sulla carta
Il 28 luglio 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione A/RES/64/292, su iniziativa della Bolivia e di una trentina di altri Paesi, che riconosce l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari come diritto umano essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani.
Il voto fu netto: 122 Paesi a favore, nessuno contrario.
Ma tra i 41 astenuti comparivano, paradossalmente, alcuni tra gli Stati africani che soffrono di più la scarsità idrica, come Kenya, Etiopia, Tanzania e Zambia.
Da allora sono passati sedici anni.
Secondo l’analisi dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), il diritto all’acqua resta a livello internazionale un riconoscimento puramente dichiaratorio: nessuno Stato al mondo lo ha tradotto in un obbligo giuridico vincolante con sanzioni per chi non lo rispetta, e non è nemmeno stato inserito come obiettivo autonomo e misurabile nell’Agenda 2030.
Il risultato pratico è che oggi, secondo i dati citati dalle Nazioni Unite, una persona su otto nel mondo non ha accesso all’acqua potabile e ogni anno oltre 1,5 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono per malattie legate alla sua mancanza.
Un diritto riconosciuto, quindi, ma senza un meccanismo reale che lo faccia rispettare.
Ed è proprio in quel vuoto che si muovono interessi economici capaci di trasformare un bisogno primario in una risorsa contendibile.

Water grabbing: l’accaparramento dell’oro blu
Esiste un termine tecnico per descrivere il fenomeno: water grabbing, l’accaparramento dell’acqua da parte di soggetti privati, spesso multinazionali, nei territori dove la popolazione locale ha meno potere contrattuale e meno tutele legali per opporsi.
È il gemello meno noto del più discusso land grabbing, l’accaparramento delle terre che da anni interessa vaste aree del continente africano.
Il caso più documentato a livello internazionale riguarda Nestlé.
In Pakistan, secondo uno studio del Comitato ONU sui diritti economici, sociali e culturali citato da Greenme, il 44 per cento della popolazione non ha accesso ad acqua potabile sicura, percentuale che sale al 76,5 per cento nelle aree rurali, con oltre 200mila bambini che muoiono ogni anno di dissenteria.
Nello stesso Paese, i pozzi scavati dall’azienda per l’imbottigliamento hanno contribuito a prosciugare le falde locali, mentre l’acqua trattata viene rivenduta a caro prezzo come prodotto premium.
Il modello si ripete anche nel continente africano.
In Nigeria, nella regione di Abaji, l’impianto Nestlé preleva circa 282mila litri d’acqua al giorno dalle falde locali, operando ininterrottamente con licenze di prelievo rinnovate a tempo indeterminato.
In Sudafrica l’azienda attinge oltre un milione di litri al giorno da pozzi scavati in aree rurali, mentre i villaggi vicini convivono con un approvvigionamento idrico municipale intermittente, secondo quanto ricostruito da DowneLink.
È corretto segnalare che Nestlé, dal canto suo, dichiara pubblicamente di utilizzare solamente lo 0,0009 per cento del totale di acqua dolce consumata a livello globale e di attingere solo quantità compatibili con il ricambio naturale delle falde.
Resta il fatto che, come denunciano da anni realtà come Voci dalla Strada, il prelievo avviene quasi gratuitamente ovunque nel mondo, comprese le democrazie più solide, e i cittadini devono lottare a lungo anche solo per ottenere un livello minimo di trasparenza sui volumi realmente estratti.

La conseguenza più cruda di questo squilibrio si vede nell’Africa occidentale, dove in Paesi come Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio e Sierra Leone milioni di persone bevono acqua conservata in semplici sacchetti di plastica, la cosiddetta pure water, perché è l’unica soluzione economica disponibile in assenza di una rete idrica pubblica affidabile.
Vi sembra giusto?
Diverse analisi di laboratorio, riportate da Il Post, hanno però riscontrato un’eccessiva presenza di batteri in molti campioni venduti in Nigeria e Ghana, segno che il mercato informale nato per colmare il vuoto lasciato dal pubblico non garantisce nemmeno gli standard igienici minimi.
Quindi oltre al danno, la beffa. E ne pagano il prezzo sempre gli innocenti.

Il caso Vittel: quando la falda non si rigenera più
Il water grabbing non riguarda solo paesi poveri o in via di sviluppo.
A Vittel, cittadina termale francese, Nestlé Waters preleva dal 1990, grazie a un’autorizzazione prefettizia trentennale, un milione di metri cubi d’acqua l’anno dalla falda del Grès du Trias inférieur, in stato di deficit cronico fin dagli anni Settanta.
Secondo la ricostruzione di Agi, il livello della falda è sceso di dieci metri in trent’anni, calando di circa 30 centimetri l’anno, un ritmo che mette a rischio l’approvvigionamento idrico della stessa Vittel e della vicina Contrexéville.
Il collettivo locale ha denunciato conflitti di interesse istituzionali, segnalando, come L’Espresso ricorda, che la consigliera che presiede la commissione locale sull’acqua è anche moglie di un responsabile ambientale di Nestlé Waters.
Lo scandalo si è aggravato nel 2024, quando un’inchiesta giornalistica ha rivelato che Nestlé Waters utilizzava da anni trattamenti di microfiltrazione e raggi ultravioletti vietati dalla normativa europea sulle acque minerali, proprio sui marchi Vittel, Contrex, Hépar e Perrier, per mascherare contaminazioni batteriche delle fonti.
Secondo quanto riportato da Il Fatto Alimentare, un rapporto dell’Ufficio francese per la biodiversità indica che per 27 anni l’azienda avrebbe prelevato acqua da nove pozzi in modo completamente illegale, per un totale stimato di 19 miliardi di litri tra il 1999 e il 2019.
Il governo francese, secondo la stessa fonte, avrebbe negoziato riservatamente con l’azienda nel 2023 senza informare la magistratura né le autorità europee.
È la dimostrazione più netta di come il vuoto normativo e la vicinanza tra controllore e controllato possano trasformarsi in un cortocircuito che danneggia direttamente la salute pubblica.

L’Italia paga il servizio, le aziende pagano briciole
Se il cosiddetto “water grabbing” in Africa e in Asia si traduce spesso in tragedie umanitarie, in Italia il meccanismo assume una forma più silenziosa ma non meno scandalosa: quella dei canoni di concessione per l’imbottigliamento delle acque minerali.
Secondo il dossier di Legambiente e Altreconomia, il settore dell’acqua in bottiglia genera in Italia un giro d’affari stimato in circa 10 miliardi di euro l’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che si aggira sui 2,7-2,8 miliardi di euro.
A fronte di questo, le Regioni, che gestiscono le concessioni per l’utilizzo delle sorgenti, incassano appena 18 milioni di euro l’anno, pari a meno dell’1 per cento del fatturato del settore.
I numeri, riportati anche da Il Salvagente, parlano di un canone medio di circa un millesimo di euro per ogni litro imbottigliato, rivenduto poi al consumatore a un prezzo medio di 0,26 euro al litro: una differenza di circa 250 volte.
Un rapporto tematico del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha calcolato che per ogni euro speso dalle aziende in canoni di concessione, i ricavi generati ammontano in media a 191,35 euro.
Dieci grandi produttori controllano il 68% dell’acqua imbottigliata nel Paese.
È importante essere precisi su cosa paga davvero il cittadino nella propria bolletta dell’acqua di rubinetto: non il bene in sé, ma il servizio di captazione, potabilizzazione, distribuzione e depurazione, che in Italia costa in media circa 2,50 euro al metro cubo secondo i dati di Cittadinanzattiva citati da Il Salvagente.
Il punto controverso non è quindi l’esistenza di una tariffa per il servizio, ma lo squilibrio evidente tra quanto pagano per la fonte le aziende private che rivendono l’acqua come prodotto di marca e quanto, di fatto, viene lasciato sul tavolo dalle casse pubbliche che dovrebbero reinvestirlo proprio nelle infrastrutture idriche.

Un problema nazionale, non solo siciliano
Il dossier di Alleanza Verdi e Sinistra, basato su dati Istat, Ispra, Autorità di bacino e Anbi, mostra quanto il fenomeno sia diffuso su scala nazionale, pur con differenze enormi tra territori.
Analizzando i capoluoghi di provincia, secondo Fanpage, Potenza è la città con la dispersione più elevata in assoluto, pari al 71 per cento dell’acqua immessa in rete, seguita da Chieti con il 70,4 per cento e L’Aquila con il 68,9.
All’estremo opposto si trovano Como, con appena il 9,2 per cento di perdite, Pavia al 9,4 e Monza all’11.
Una forbice di oltre sessanta punti percentuali tra il capoluogo più efficiente e quello più dispersivo, a conferma di una gestione delle infrastrutture profondamente disomogenea sul territorio nazionale, che il presidente di Europa Verde, Angelo Bonelli, ha definito una situazione eticamente inaccettabile. (e meno male!)
A livello regionale, secondo l’analisi ripresa da Startmag, le perdite più elevate si registrano in Basilicata (65,5 per cento), Abruzzo (62,5), Molise (53,9), Sardegna (52,8) e Sicilia (51,6), mentre i valori più bassi si osservano nella Provincia autonoma di Bolzano (28,8), in Emilia-Romagna (29,7) e in Valle d’Aosta (29,8).
Lo stesso rapporto segnala un problema di metodo che aiuta a capire perché il PNRR, pur avendo superato in anticipo l’obiettivo quantitativo di 45mila chilometri di rete interessata dagli interventi, arrivando a circa 51mila, non abbia inciso in proporzione sulle perdite reali: gli obiettivi fissati con Bruxelles misuravano gli interventi eseguiti, non i risultati ottenuti in termini di riduzione effettiva della dispersione idrica.

Sicilia, la rete che perde un litro su due
Se l’Italia nel suo complesso disperde il 42,4 per cento dell’acqua immessa in rete, pari a 3,4 miliardi di metri cubi l’anno e a un danno economico stimato in oltre 9 miliardi di euro secondo il dossier presentato da Alleanza Verdi e Sinistra a Perugia, la Sicilia è uno dei territori messi peggio in assoluto.
Un referto della Corte dei Conti, Sezione di controllo per la Regione Siciliana, pubblicato ad agosto 2025 sulla gestione dello stato di emergenza idrica, definisce senza mezzi termini le reti idriche dell’isola un colabrodo.
Il tasso medio di dispersione è del 52,36 per cento, con punte che a Siracusa toccano il 68 per cento e a Catania arrivano al 75 per cento.
La stessa magistratura contabile segnala un dato che merita di essere riportato per intero: dei 31 progetti presentati dai Consorzi di bonifica per accedere ai fondi del PNRR, per un totale di 422,7 milioni di euro richiesti, nessuno è stato finanziato, per errori procedurali e mancato rispetto dei criteri di ammissibilità.
Una gestione che, ironicamente parlando, fa proprio acqua da tutte le parti… ed è gravissimo! Non ci sono giustificazioni!
Non è quindi soltanto una questione di fondi mancanti!
Secondo il monitoraggio dell’ASviS, gli interventi PNRR effettivamente completati in Sicilia per ridurre le perdite idriche si fermano a soli 47 chilometri di condotte riparate ogni 100mila abitanti, contro una media nazionale di 107: meno della metà dell’efficienza media del resto del Paese.
Giuseppe Amato, responsabile delle risorse idriche di Legambiente Sicilia, lo sintetizza così: con grande franchezza, molto poco si è fatto, restando ben lontani da quelle caratteristiche di modernità ed efficienza che dovrebbero presiedere alla gestione acquedottistica complessiva.
Eppure le parole non bastano a fronte di un vero disastro.
Le reti gestite da operatori come Siciliacque, secondo quanto riportato da La Sicilia, risalgono in alcuni casi a oltre settant’anni fa.
Il paradosso finale è evidente: il cittadino siciliano paga una bolletta per un servizio che perde per strada più della metà dell’acqua trasportata, mentre a pochi chilometri di distanza le stesse falde vengono concesse a canoni irrisori a chi le rivende in bottiglia con margini di guadagno enormi.

L’anello più debole: quando l’acqua diventa bersaglio informatico
A completare il quadro, nell’estate del 2026 è emerso un fronte nuovo e allarmante: la sicurezza informatica degli acquedotti.
Dal 27 luglio 2026, secondo un avviso congiunto di FBI ed EPA, aziende idriche di almeno sette Stati americani hanno segnalato intrusioni informatiche, alcune delle quali hanno concretamente degradato le operazioni degli impianti.
Gli aggressori hanno preso di mira controllori logici programmabili (PLC) della serie Rockwell Automation Allen-Bradley MicroLogix 1100 e 1400, dispositivi industriali che regolano pompe, pressione e valvole.
Anche CISA ha confermato un aumento significativo di attori ostili che colpiscono questi dispositivi, arrivando in alcuni casi a modificare le password per bloccare fuori gli operatori e a causare avvisi di bollitura dell’acqua per i cittadini.
Il caso più grave riguarda oltre 30 sistemi idrici comunitari colpiti in Minnesota tra il 26 e il 27 luglio, mentre in Georgia l’attacco alla Clayton County Water Authority ha provocato un calo di pressione con relativo avviso sanitario, secondo quanto ricostruito da NBC News.
I ricercatori di Forescout Vedere Labs hanno rilevato contemporaneamente 4.407 controller industriali di questo tipo accessibili direttamente da Internet negli Stati Uniti, un’esposizione in calo rispetto al picco di 7.814 controller di marzo 2020 ma comunque enorme, secondo quanto riporta Matrice Digitale.
Le autorità del Texas hanno collegato la campagna a gruppi legati all’Iran, sebbene l’avviso ufficiale dell’FBI non attribuisca formalmente questa specifica ondata di attacchi a un singolo Stato.
Va detto che una campagna simile, condotta dal gruppo filo-iraniano CyberAv3ngers contro gli stessi produttori di PLC, era già stata oggetto di un allarme CISA nell’aprile 2026, a conferma che la vulnerabilità di queste infrastrutture non è un fenomeno improvviso ma un problema noto da anni.
La risposta della Casa Bianca è arrivata sotto forma di Watershed 250, un progetto pilota di sei mesi in Texas che offre alle aziende idriche ispezioni gratuite, test di sicurezza offensiva e strumenti forniti da colossi tecnologici come Microsoft, Google Cloud, Amazon Web Services, Palo Alto Networks e Cloudflare.
Il governo, tuttavia, non ha ancora annunciato un budget federale dedicato al progetto.
Contestualmente, l’EPA ha stanziato 11,75 milioni di dollari per soli dieci progetti destinati esclusivamente ai sistemi idrici di medie e grandi dimensioni, quelli che servono almeno 10mila persone.
Restano fuori, per definizione, le migliaia di piccoli acquedotti comunitari che, secondo i dati citati dal GAO, costituiscono oltre il 90 per cento dei sistemi idrici statunitensi e sono spesso i più vulnerabili per carenza di personale e di fondi.
Non un complotto, ma un vuoto che qualcuno riempie sempre
Mettendo insieme questi tre livelli, quello globale del water grabbing, quello nazionale dei canoni italiani e quello locale del disastro idrico siciliano, più il fronte emergente della sicurezza informatica, non emerge la prova di un’unica regia che pianifica il controllo dell’acqua del pianeta.
Emerge però qualcosa di altrettanto serio e forse più difficile da combattere: un pattern che si ripete ovunque il settore pubblico arretra per “mancanza” ipotetica di fondi, di competenze o di volontà politica reale (e quest’ultima manca sempre).
Ogni volta che questo vuoto si apre, c’è sempre qualcuno pronto a riempirlo e a trarne profitto: una multinazionale che scava un pozzo a canone quasi nullo, un gruppo ostile che sfrutta un controllore industriale mai messo in sicurezza, un’azienda tecnologica che vende soluzioni di difesa a un governo che non vuole finanziarle direttamente con fondi pubblici.
Non serve una cospirazione per spiegarlo.
Basta la somma di decenni di negligenza amministrativa, di canoni mai rivisti nonostante le denunce che durano da oltre quindici anni, di fondi PNRR chiesti e mai ottenuti per errori procedurali.
Il risultato, però, resta lo stesso ovunque: un bene riconosciuto come diritto umano fondamentale dalle Nazioni Unite continua a essere trattato, nei fatti, come una risorsa contendibile.
Denunciarlo con i numeri alla mano, senza sconti per nessuno e senza bandiere di parte, è il minimo che si possa fare per chi quell’acqua la aspetta ogni giorno da un rubinetto che, troppo spesso, arriva a metà.
Chi paga per la fatiscenza degli acquedotti italiani? La responsabilità che manca
Un punto che meritava di essere approfondito riguarda cosa dice davvero la legge italiana quando una rete idrica arriva a perdere, come in alcune zone della Sicilia, oltre il 50 e in certi casi il 70 per cento dell’acqua immessa.
La risposta, verificata punto per punto, è tanto chiara quanto sconfortante: esistono conseguenze legali, ma sono deboli, frammentate e quasi mai colpiscono chi ha davvero la responsabilità politica e amministrativa del degrado.
Sul piano civile, la giurisprudenza è consolidata: chi gestisce materialmente la rete, anche quando la proprietà formale resta del Comune, ne risponde come “custode” ai sensi dell’articolo 2051 del Codice Civile, con una responsabilità di tipo oggettivo, cioè che prescinde dalla prova di una colpa specifica.
Lo hanno confermato le Sezioni Unite della Cassazione con l’ordinanza del 25 agosto 2026, n. 24768, e la Terza Sezione civile con l’ordinanza dell’8 maggio 2026, n. 13351. In quest’ultimo caso, relativo ad allagamenti ripetuti per oltre vent’anni in un condominio di Latina, la Cassazione ha stabilito che il gestore non può sottrarsi alla responsabilità nemmeno sostenendo che il contratto di servizio non prevedesse esplicitamente la manutenzione di caditoie e collettori.
Il limite di questo meccanismo, però, è evidente: funziona solo quando un cittadino o un condominio subisce un danno specifico, documentabile e circoscritto.
Non esiste un’azione legale equivalente per punire, in quanto tale, la scelta strutturale di lasciar decadere un’intera rete per decenni.
Sul piano regolatorio, l’organismo competente è ARERA, l’Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente, che dal 2017 applica un sistema di premi e penalità legato alla qualità tecnica del servizio idrico, incluso l’indicatore delle perdite di rete.
Ma l’entità delle sanzioni racconta da sola quanto sia debole questo strumento: secondo un’analisi del Laboratorio REF Ricerche, nell’ultimo biennio le penalità complessive applicate a tutti i gestori italiani hanno superato appena 16 milioni di euro, con un importo medio di circa 95mila euro per gestore.
Una cifra irrisoria se paragonata ai fatturati miliardari del settore idrico italiano.
E nel 2023 il Consiglio di Stato ha pure annullato (guarda caso), giudicandola illegittima, l’applicazione retroattiva di alcune di queste penalità per il periodo 2016-2019.
Sul piano europeo, la situazione è più pesante di quanto sembri a prima vista, perché l’Italia è oggi sotto più di una procedura d’infrazione contemporaneamente.
La prima, storica, riguarda la depurazione delle acque reflue urbane e coinvolge ancora oggi 110 agglomerati non a norma: una condanna che in passato è arrivata a costare all’Italia una multa forfettaria stimata in 476 milioni di euro l’anno.
La seconda, aperta il 29 aprile 2026, riguarda specificamente il recepimento incompleto della direttiva UE 2020/2184 sulla qualità dell’acqua potabile: secondo la Commissione Europea mancano, tra le altre cose, valori limite su alcuni metaboliti di pesticidi e l’obbligo di informare le persone vulnerabili sulle modalità di accesso all’acqua sicura, come confermato anche da Il Sole 24 Ore.
L’Italia aveva tempo fino a fine giugno 2026 per rispondere formalmente a Bruxelles.
Il percorso di una procedura d’infrazione, va detto per completezza, richiede tipicamente anni prima di arrivare a una condanna della Corte di Giustizia UE, e le eventuali sanzioni finali gravano sulla fiscalità generale, cioè sui contribuenti, non su chi ha amministrato male la risorsa.
La conclusione che questi tre livelli restituiscono insieme è netta: in Italia non esiste una responsabilità penale specifica per la fatiscenza strutturale di un acquedotto.
Nessun dirigente regionale, nessun amministratore di un consorzio di bonifica, nessun responsabile politico viene condannato penalmente perché una rete perde il 68 per cento dell’acqua a Siracusa o il 75 per cento a Catania, dati già documentati dal referto della Corte dei Conti citato nella parte centrale di questa inchiesta.
Le uniche leve disponibili restano tre, e sono tutte strutturalmente deboli: risarcimenti civili concessi caso per caso solo quando c’è un danno immediato e provabile, penalità amministrative che rappresentano una frazione trascurabile dei fatturati del settore, e procedure europee che arrivano con anni di ritardo e finiscono per essere pagate collettivamente dai cittadini stessi, anziché da chi ha causato il degrado.
E… detto con ironia… “Ci si può davvero fidare delle istituzioni, vero?”
Io rispondo in modo secco e in un solo modo: ASSOLUTAMENTE NO!
Perché chi toglie dignità legittima all’essere umano e gli toglie la possibilità di vivere per davvero è un criminale!
Fonti citate in questo articolo:
Nazioni Unite (risoluzione A/RES/64/292), ASviS, FBI, CISA, EPA, GAO, Corte dei Conti Sezione Sicilia, Legambiente e Altreconomia, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Forescout Vedere Labs, NBC News, Matrice Digitale, Renewable Matter, Fanpage, Il Salvagente, Il Fatto Alimentare, Greenme, Il Post, DowneLink, Nestlé Italia, Voci dalla Strada, Red Hot Cyber.
- Risoluzione ONU A/RES/64/292 — Contratto Acqua
https://contrattoacqua.it/documenti/documenti-onu-sull-acqua/diritto-all-acqua-e-risoluzioni-onu/ - Goal 6: l’accesso all’acqua come diritto umano universale — ASviS
https://asvis.it/approfondimenti/22-2503/goal-6-laccesso-allacqua-come-diritto-umano-universale
Water grabbing: l’accaparramento dell’oro blu
- Nestlé e la California — Greenme
https://www.greenme.it/?p=484478 - Nestlé Water Scandal in Africa — DowneLink
https://www.downelink.com/nestle-water-scandal-in-africa-robbing-communities-of-their-life-source/ - Nestlé e le risorse idriche — Nestlé Italia
https://www.nestle.it/chisiamo/nestle_risponde/nestlerisorseidriche - Nestlé e la privatizzazione dell’acqua — Voci dalla Strada
https://www.vocidallastrada.org/2020/05/nestle-e-la-privatizzazione-dellacqua.html - Acqua nei sacchetti in Africa occidentale — Il Post
https://www.ilpost.it/2022/08/09/acqua-buste-plastica/
Il caso Vittel
- Nestlé Vittel, la falda si prosciuga — Agi
https://www.agi.it/estero/nestle_vittel_acqua-4816623/news/2019-01-10/ - Protesta contro Nestlé nei Vosgi — L’Espresso
https://lespresso.it/c/opinioni/2026/4/4/nestle-manifestazione-protesta-acqua-vosgi/61023 - Lo scandalo delle finte acque minerali Nestlé — Il Fatto Alimentare
https://ilfattoalimentare.it/scandalo-acqua-nestle-lungo-decenni-perrier-vittel.html
L’Italia paga il servizio, le aziende pagano briciole
- Acqua minerale, l’anomalia italiana — Il Fatto Alimentare
https://ilfattoalimentare.it/acqua-minerale-anomalia-italia.html - Acqua minerale e concessioni — Il Salvagente
https://ilsalvagente.it/2024/08/03/acqua-minerale-e-concessioni-cosi-svendiamo-le-sorgenti-allindustria/ - Business acqua minerale, quanto ricavano le società — Investire Oggi
https://www.investireoggi.it/business-acqua-minerale-quanto-ricavano-le-societa-euro-pagato-le-concessioni/
Un problema nazionale, non solo siciliano
- L’Italia disperde il 42% dell’acqua pubblica — Fanpage
https://www.fanpage.it/politica/litalia-disperde-il-42-dellacqua-pubblica-in-sicilia-rischio-desertificazione-al-70-il-dossier-di-avs/ - Un buco nell’acqua, i fondi del PNRR per la rete idrica — Startmag
https://www.startmag.it/economia/un-buco-nellacqua-i-fondi-del-pnrr-per-la-rete-idrica/
Sicilia, la rete che perde un litro su due
- Rete idrica siciliana, un collasso imminente (report Corte dei Conti) — Renewable Matter
https://www.renewablematter.eu/rete-idrica-siciliana-collasso-imminente-report-corte-conti - Crisi idrica in Sicilia, invasi pieni ma metà dell’acqua sprecata — Renewable Matter
https://www.renewablematter.eu/crisi-idrica-sicilia-invasi-pieni-ma-meta-acqua-sprecata - Piogge rilanciano le riserve idriche ma reti vetuste tengono a secco il Nisseno — La Sicilia
https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3052703/piogge-rilanciano-le-riserve-idriche-in-sicilia-ma-reti-vetuste-tengono-a-secco-il-nisseno.html
L’anello più debole: quando l’acqua diventa bersaglio informatico
- Avviso FBI sui PLC del settore idrico
https://www.fbi.gov/investigate/cyber/alerts/2026/malicious-cyber-actors-targeting-water-and-wastewater-sector-internet–facing-programmable-logic-controllers-causing-operational-disruptions - CISA urges Water and Wastewater Systems Sector
https://www.cisa.gov/news-events/alerts/2026/07/30/cisa-urges-water-and-wastewater-systems-sector-protect-ot-against-activity-targeting-plcs - Hackers targeted municipal water systems in 7 states — NBC News
https://www.nbcnews.com/tech/security/hackers-targeted-municipal-water-systems-7-states-week-fbi-says-rcna590210 - Acquedotti USA, controller PLC esposti — Matrice Digitale
https://www.matricedigitale.it/2026/08/06/acquedotti-usa-controller-plc-esposti/ - Project Watershed 250 — Texas Cybersecurity Community
https://www.txcc.texas.gov/news/project-watershed-250 - EPA Announces $11.75 Million to Help Protect Drinking Water
https://www.epa.gov/newsreleases/epa-announces-1175-million-help-protect-drinking-water-cyberattacks-and-extreme - Report GAO sui piccoli sistemi idrici
https://www.gao.gov/products/gao-26-109159
Chi paga per la fatiscenza degli acquedotti italiani? La responsabilità che manca
- Cassazione, Sezioni Unite 25 agosto 2026, n. 24768 — Diritto e Giustizia
https://www.dirittoegiustizia.it/dettaglio/16169003/danni-dalla-rete-idrica-corresponsabili-proprietario-e-gestore - Cassazione, Sez. III civile 8 maggio 2026, n. 13351 — Iusletter
https://iusletter.com/dalla-redazione/diritto-e-responsabilita-civile/utilities/reti-miste-e-responsabilita-del-gestore-la-custodia-prevale-sul-perimetro-del-servizio/ - Qualità tecnica nel servizio idrico integrato — Laboratorio REF Ricerche
https://laboratorioref.it/qualita-tecnica-nel-servizio-idrico-integrato-punti-di-forza-e-vulnerabilita/ - Qualità tecnica nel servizio idrico integrato (dettaglio Consiglio di Stato) — Sipotra
https://www.sipotra.it/wp-content/uploads/2025/11/Qualita-tecnica-nel-servizio-idrico-integrato-punti-di-forza-e-vulnerabilita.pdf - La multa sullo spreco delle reti idriche costa 476 milioni l’anno — Greenreport
https://www.greenreport.it/news/acqua/acqua-la-multa-sullo-spreco-delle-reti-idriche-costa-allitalia-476-milioni-euro-lanno/ - Acque potabili, Italia in infrazione — ReteAmbiente
https://www.reteambiente.it/news/63653/acque-potabili-italia-in-infrazione/ - Acqua potabile, l’UE avvia procedura di infrazione contro l’Italia — Il Sole 24 Ore
https://www.ilsole24ore.com/art/acqua-potabile-l-ue-avvia-procedura-infrazione-contro-l-italia-AIaToNmC
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